Intervista a Stella Sacchini

Di Sara Amorosini

 

Babel dà nuova e meritata visibilità ai giovani di talento

Durante l’edizione 2014 del rinomato Festival di letteratura e traduzione che si tiene annualmente a Bellinzona (Svizzera) è stato consegnato per la prima volta il Premio Babel, un premio di traduzione under 35 che nasce dalla necessità di dare spazio ai giovani talenti della traduzione. La giuria, composta da Ilide Carmignani, Franca Cavagnoli, Yasmina Melaouah e Ada Vigliani, ha assegnato il premio per la prima edizione a Stella Sacchini come riconoscimento della sua traduzione uscita a marzo 2014 di Jane Eyre per Feltrinelli. Maggiori informazioni sul Premio Babel sono reperibili sul sito del Festival (www.babelfestival.com).

Stella Sacchini ha gentilmente accettato di raccontarci la sua esperienza e la sua formazione.

 

Partiamo dall’inizio, dalla laurea in Filologia bizantina. Una scelta già di per sé interessante e rivelatrice di una fascinazione linguistica e letteraria sicuramente insolita. Perché questa scelta?

Se vogliamo partire proprio dall’inizio, bisogna tornare tra i banchi di scuola e alle temute e odiatissime versioni di latino e greco. È allora che è nato il mio amore per la traduzione e che ho scoperto quant’era bello ed emozionante veicolare nella mia lingua quelle parole antiche e lontane. Quel movimento di “avvicinanza” esercitava su di me un fascino irresistibile. E quando il professore di greco, il mio primo grande maestro, mi disse di leggere, sì, gli epigrammi di Simonide di Ceo che celebravano gli spartani caduti alle Termopili o quelli di Teocrito e di Nosside, ma anche quelli di Edgar Lee Master o gli affilati e irosi distici a rima baciata, simili all’alessandrino, di Umiliato e offeso e Nuovi epigrammi di Pier Paolo Pasolini, non ebbi più dubbi: quelle lingue non erano morte e chi ne aveva proclamato il decesso era un folle, o il mandante di un assassinio mancato. Quell’assassinio mancato ha prodotto parecchi danni, primo fra tutti il modo in cui le lingue e le letterature antiche vengono studiate nelle università.  Ho sempre sentito che c’era qualcosa di sbagliato in questo processo di “mummificazione”, qualcosa di immorale nel declassamento delle “lingue madri” a “lingue morte”, nella pochissima attenzione dedicata alla traduzione, sempre e soltanto di servizio. Dev’essere per questo che nelle borse dei ragazzi, oltre al tabacco e Aldo Nove, non c’erano anche Svetonio, Ovidio, Omero o Saffo. L’incontro con la letteratura bizantina, poi, è stato amore a prima vista. Quel popolo di santi sanguinari, di imperatori dai nomi truci, come Giustiniano II Rinotmeto (cioè “naso tagliato”) o Costantino V Copronimo (da kópros, sterco), di attrici ninfomani che diventavano imperatrici mi conquistò subito, con il suo infinito e oscuro declino, lungo più di mille anni. Bizantino era anche l’erbario di cui ho curato l’edizione critica per la tesi, dal titolo Libro delle piante sacre (XIV secolo): piante capaci di curare malattie a dir poco bizzarre, di allontanare i demoni, di provocare aborti e di attrarre feti, se raccolte in determinate ore del giorno e della notte, usate in un certo modo e affiancate da filatteri e formule magiche per amplificarne il potere. Ancora una volta la parola si rivelava la più potente panacea.

 

Ho letto che alla laurea in Filologia bizantina è seguito un master in Traduzione. Un passaggio, quindi, verso il contemporaneo e, aggiungerei, verso un approccio più pratico alla lingua. A cosa è dovuto questo cambio di rotta? O si tratta più di un’evoluzione?

Dopo la laurea in Filologia bizantina, una cosa sola (si fa per dire) sapevo: che lavorare con le lingue, maneggiarle, passare il tempo in loro compagnia, ascoltarne il suono, scoprire cosa nascondono certe parole misteriose mi piaceva, mi piaceva da morire. La strada che mi ha portato al master di Pisa e poi a diventare una traduttrice è parecchio arzigogolata. È stato un viaggio, più che un tour organizzato. Un viaggio che nasce da una domanda, fatidica, della mamma, la migliore delle psicologhe: “Ma perché da grande non fai la traduttrice?”. Il master in Traduzione di testi postcoloniali di Pisa è stato l’inizio, o meglio, uno dei miei inizi. Ho avuto la fortuna e la benedizione di avere grandissimi maestri, di traduzione e di vita, primi fra tutti Franca Cavagnoli e Riccardo Duranti. Con loro ho imparato l’arte della traduzione, ché chiamarlo mestiere mi pare sempre riduttivo e inesatto. Con loro, con i libri, con la vita, perché se è vero che per tradurre bisogna leggere leggere leggere (in entrambe le lingue, l’originale e la tradotta), bisogna però anche, e soprattutto, vivere.Incontrare le letterature postcoloniali e l’inglese caraibico, sudafricano, nigeriano, indiano mi ha ricordato che la lingua, quella dei poemi omerici o della poesia di Pindaro come quella dei racconti di Gordimer o dei romanzi di Coetzee, è qualcosa di vivo e tradurre è sempre e comunque l’incontro, unico e irripetibile, tra due dinamismi: quello della lingua di partenza e quello della lingua di arrivo.

 

Una volta terminati gli studi, com’è stato il passaggio al mestiere della traduzione?

Il passaggio non è stato automatico, anche se il Master di Pisa mi ha dato molti elementi concreti da cui partire, contatti importanti e la voglia di provarci. Ho iniziato facendo proposte di traduzione alle case editrici, quasi tutte cadute nel vuoto. In mezzo il saggio su Berger e altri workshop di traduzione. E altri mille lavori che non c’entravano niente con la traduzione ma che comunque mi riportavano lì. Uno tra i tanti, il censimento dell’agricoltura, nel 2010: ogni mattina partivo da casa dei nonni e percorrevo la Valdaso per una ventina di chilometri diretta a Petritoli e poi a Montottone, due paeselli di appena mille anime nell’entroterra fermano. E passavo la giornata a scorrazzare per le colline, in cerca di case sperdute e contadini, tutti vecchietti di almeno settant’anni. Arrivavo con il mio questionario e chiedevo quante tavole di terra avessero e se facevano la rotazione delle colture. E spesso mi fermavo a pranzo con loro – ché “lu saccu svoto non se règgia” (il sacco vuoto non si regge) – e me ne andavo sempre con una bottiglia di vino e una storia che nessuno sa più. Ecco, all’inizio, quando facevo le mie prime interviste a quei contadini coi volti segnati dal sole e dagli anni, i loro occhi curiosi e perplessi mi misero subito di fronte a un problema reale: non mi capivano. Non capivano l’italiano: “Non te so’ capito, signori’”. È così che ho imparato a parlare il dialetto (che capivo perfettamente, perché era la lingua dei miei nonni) e a tradurre le domande del questionario per i miei intervistati e non solo le domande, ma anche la mia storia, che dovevo ripetere ogni volta che entravo in una nuova casa, accolta dalla domanda (la prima domanda era sempre la loro), puntuale e inevitabile: “Chi figlia si’?” (Di chi sei figlia?). E mentre traducevo l’italiano in dialetto, preparavo la mia prima prova di traduzione, Le Argonautiche di Apollonio Rodio, che avevo proposto alla Feltrinelli. Di giorno parlavo di grano e pagadebito (vitigno dal nome bizzarro), di sera traducevo in versi di diciassette sillabe con ritmo discendente la lunga notte di Medea. La prova di traduzione andò bene, ma decisero di non pubblicare Le Argonautiche. E per fortuna, dico io oggi, ché a tradurre 6000 esametri c’era da diventarci vecchi! Ma quella prova mi portò bene, perché Fabio Di Pietro, che a quei tempi era a capo della collana Universale Economica Feltrinelli, decise di scommettere su quella traduttrice pazza e inesperta e di farle una controproposta: visto che amava tanto i classici, che gli proponesse un altro classico, ma stavolta di lingua inglese. E fu così che, tra le varie proposte, scelse Jane Eyre. Feci una seconda prova di traduzione e nell’ultima settimana di lavoro al censimento arrivò la risposta: avrei tradotto Jane Eyre. E avrei conosciuto l’amore.

 

In che senso dici che hai conosciuto l’amore traducendo Jane Eyre?

Jane Eyre è stato un incontro fortunato e irripetibile, come tutti i grandi amori lo sono. Non era un romanzo a cui ero particolarmente legata, un romanzo che credevo, come si dice in certi ambienti, “nelle mie corde”. Mi spiego meglio: una volta che inizi a tradurre cambia qualcosa nel tuo modo di leggere, per sempre. Di leggere in una lingua che non è la tua (ma anche nella tua lingua madre). Leggi e, inevitabilmente, ti chiedi come sarebbe tradurre quella scrittura. Dopo un po’ che traduci, ti rendi conto che non sempre quello che ti piace leggere poi ti piacerà tradurre. E non sempre quella che credi sia una scrittura nelle tue corde, al momento della traduzione si rivelerà tale. La traduzione ti mette davanti all’inconsistenza e alla fragilità dei tuoi preconcetti, delle tue astrazioni intellettive, dell’ipocrisia di quello che credi sia il tuo gusto. Perché se per la scrittura vale l’assunto che non si scrive come si vuole, ma come si deve, un assunto simile è valido anche per la lettura, e per la traduzione. Traducendo si scopre che certe scritture apparentemente lontanissime dai nostri gusti sono in realtà più vicine di quanto pensavamo. E che altre scritture che credevamo prossime sono quanto di più lontano da noi esista. Stessa cosa per l’amore: non si ama chi si vuole, si ama chi si deve. È sempre un fatto di necessità. La scrittura che si scrive, quella che si traduce e l’amore. Spesso scopriamo che si rivela un grande amore quello a cui, all’inizio, non davamo un soldo di fiducia. Un abbaglio, invece, quello che avevamo deciso sarebbe stato un grande amore. C’erano tutti i presupposti perché lo fosse. E invece no. Perché l’amore si rivela grande contro ogni pronostico. E ameremo alla follia una scrittura, una voce, un autore contro ogni pronostico. La traduzione sbugiarda gli amori costruiti a tavolino. Ti costringe a un atto di onestà. Ed è così che è andata con Jane Eyre. All’inizio, mi sono messa a tradurre come un bravo soldatino. Ma a un certo punto è successo quello che non avevo previsto: mi sono innamorata. Di chi mai avrei pensato di innamorarmi. E ho scoperto che quella scrittura non solo era “nelle mie corde”, ma nel mio cuore, nella mia mente, sulla mia pelle, sulla punta delle mie dita, dentro agli occhi, tra le labbra. Ce l’avevo dentro ma non lo sapevo. A quel punto mi sono arresa e ho fatto l’unica cosa che potevo fare: amarla. Jane Eyre mi ha insegnato cos’è l’amore. Credo che venga da questo “l’esito felice” della motivazione del Premio Babel. Dalla fortuna sfacciata dell’amore.

 

Jane Eyre, appunto, è il romanzo che ti è valso il Premio Babel l’anno scorso. Si tratta di un testo certamente difficile con cui confrontarsi, non solo per le complessità legate al suo status di classico della letteratura inglese, ma anche per la responsabilità data dalle traduzioni precedenti (per non parlare di quelle uscite nello stesso periodo). Come hai affrontato quindi le “insidie” di questa traduzione?

Per quanto riguarda il confronto con le traduzioni già esistenti è vero che è corretto inserirsi in un solco già tracciato e ripercorrerlo, utilizzando la rete fatta di felicità di resa, legnosità, sviste e intuizioni che gli altri traduttori hanno da offrirci, ma è altrettanto vero che bisognerebbe restare soli con la voce che stiamo traducendo, perché – per quanto già tradotta e ascoltata da molti altri – per noi è la prima volta, e per imparare a riconoscerla ci vuole solitudine, e silenzio, e concentrazione, e un cuore e una mente sgombri da condizionamenti. Quindi, almeno per la prima stesura, preferisco restare sola con l’autrice o l’autore che sto traducendo e soltanto dopo confrontarmi con i traduttori che mi hanno preceduto. Il confronto con chi ci precede e con chi ci affianca è sempre sorprendente e prezioso perché se è vero che non esiste il plurale di un originale, è altrettanto vero che non c’è il singolare di una traduzione. Quando parlo di originale e traduzioni mi viene sempre in mente un racconto di Michele Mari che si intitola La freccia nera ed è la storia di un bambino salvato dalla pluralità della traduzione. Quel plurale che non diventerà mai singolare è quel che ci salva. E ogni Jane è possibile, e non solo possibile, ma anche vera.

 

Come dicevamo, la tua Jane Eyre, uscita per Feltrinelli, ti ha permesso di essere la prima a vincere il Premio Babel. Un onore non da poco, a mio avviso. Come è stata quest’esperienza, e soprattutto, cosa ti ha dato?

Vincere il Premio Babel è stata una sorpresa bellissima. Mai avrei pensato che quella mia prima traduzione importante potesse portarmi fin lì. Aver avuto il privilegio di tradurre e amare Jane Eyre è stato per me un premio dal valore inestimabile. Non osavo chiedere di più, perché per carattere ed educazione ho sempre creduto che quel che conta, nella vita, è fare, senza chiedersi troppo cosa ti porterà, in termini di riconoscimenti e ricompense, quell’azione e quell’esperienza. E quando dico fare un’esperienza penso a Heidegger: «Fare un’esperienza […] vuol dire: lasciare che venga su di noi, che ci raggiunga, ci piombi sopra, ci rovesci e ci renda altro». Ecco, non si può tradurre senza che questa esperienza ci attraversi e nell’attraversarci ci cambi. Alla fine del viaggio, quando il traduttore, dopo tanto errare (in ogni senso), ha finalmente trovato la strada ed è ormai pronto a lasciare una traccia indelebile di sé attraverso il riconoscimento del suo traguardo ultimo, il suo “Salva con nome”, deve avere la sensazione netta e inequivocabile che tutto è cambiato, anche se niente è diverso. Questo è quello che ho provato quando ho finito di tradurre Jane Eyre, a settembre 2013, e già mi sembrava un miracolo. Nel momento in cui ho sentito sotto i polpastrelli l’anelata consistenza delle 580 pagine stampate e rilegate, a marzo 2014, lo stupore è stato ancor più grande. Quando ho ricevuto la notizia del premio, dentro di me c’era una voce che continuava a ripetere incredula: “Ma chi, tu?”. Ma poi ho avuto la visione assurda e fulminante della Brontë in persona – sì, proprio Charlotte, che era uguale uguale al volto della copertina dell’edizione Feltrinelli – che annuiva sorridente e diceva: “Sì, proprio tu”. A quel punto mi sono fidata, e arresa. Visioni psichedeliche a parte, questo premio è stata una benedizione, perché mi ha confermato che forse l’intuizione iniziale, e cioè che tradurre fosse la mia “arte”, era corretta. Ma il cuore del premio sta nella motivazione, che mi ha commosso profondamente, perché quelle parole venivano da traduttrici che avevo sempre ammirato e che mi hanno insegnato quasi tutto quel che so sulla traduzione. Per quelle parole ho provato e provo tuttora un’enorme gratitudine.

 

Oltre alla tua attività di traduttrice, non dimentichiamo che non hai accantonato le tue “origini”. Mi riferisco allo spettacolo teatrale Voglio un cuore pronto a ogni cosa, tratto da una tua traduzione de Le Argonautiche di Apollonio Rodio. Raccontaci di più di questa collaborazione con Isabella Carloni e di come si incastra con la tua ormai avviata carriera di traduttrice di classici inglesi.

Voglio un cuore pronto a ogni cosa nasce da una mia vecchia prova di traduzione, duecento versi tratti da Le Argonautiche di Apollonio Rodio (il poema epico alessandrino è stato la mia prima proposta editoriale) e dall’idea che quello di traduzione sia un concetto molto ampio e dai confini mobili e che un testo poetico sia irriducibilmente legato alla dimensione orale della parola. Ed è così che i versi di Rodio, dopo essere stati tradotti dal greco all’italiano, sono stati nuovamente tradotti in voce scenica dall’attrice, regista e sceneggiatrice Isabella Carloni e dalla musica di Eolo Taffi, bassista e contrabbassista divino non solo nel nome. Il numero zero è andato in scena nel Chiostro di Sant’Agostino, a Castelfidardo, davanti a un pubblico davvero eterogeneo. La lunga e trepidante notte di Medea, una delle tante – ché la poverina di notte dormiva poco – ha attraversato quasi 2300 anni ed è tornata a essere notte nerissima, quando “Tenebre sopra la terra portava e spargeva la notte:/ marinai in mare miravano l’Orsa e le stelle d’Orione,/ viandanti in viaggio e guardiani sognavano il sonno soave” senza perdere un briciolo della sua potenza e oscurità, mostrando che le distanze non si annullano ma si coprono e che non bisogna mai smettere di “pontificare”, ovvero di costruire ponti. E che la traduzione è quella cosa impossibile che si può fare.

 

C’è ancora un aspetto della tua relazione con la letteratura che non abbiamo esplorato, e cioè la scrittura. A fine 2013 è uscito il tuo primo romanzo, Fuori posto (Coazinzola Press). Come sono confluite la formazione filologica e il mestiere traduttivo nella scrittura, e soprattutto cosa ritroviamo nella tua scrittura di tante altre pratiche letterarie?

Molti scrittori sono stati anche traduttori, vedi Pavese, Bufalino, Manganelli, Luzi. C’è chi dice che i traduttori siano scrittori falliti o scrittori pavidi, ma ogni generalizzazione lascia il tempo che trova. L’unica cosa certa è che tradurre è uno dei più formidabili esercizi di scrittura. Detto questo, non per forza chi scrive deve aver tradotto, né chi traduce finisce sempre per scrivere qualcosa di suo. Però a volte succede. Contro ogni pronostico, mi viene da aggiungere. Io, non fosse stato per Riccardo Duranti, che è stato prima il mio professore, anzi, il mio maestro, e poi il mio editore, avrei continuato a nascondermi dietro la scrittura degli altri. È stato lui a chiedermi di scrivere un racconto. Un racconto che un anno dopo è diventato il primo capitolo di Fuori posto. Faccio ancora fatica, dopo quasi due anni dalla pubblicazione, a parlare di Fuori posto. Ogni volta sono presa da uno sbalordimento e da un’incredulità che non sembrano intenzionati ad affievolirsi col tempo. Fuori posto nasce da una storia che è mia, senz’altro. Che poi è una storia che mi sia accaduta davvero, nella vita, è un altro discorso, perché in fondo tutte le storie che ci abitano sono nostre e noi siamo i loro legittimi proprietari, che siano vere o no. La protagonista del romanzo, la bambina del letto in mezzo, ha una caratteristica particolare di cui va molto fiera: la sua schiena, invece di fare una i, movimenta un po’ la situazione tracciando, una curva dopo l’altra, una bella esse. Per colpa, o per merito, di questa esse, la bambina del letto in mezzo finisce nel Posto, che è dove i grandi proveranno a fargliela diventare una i. La bambina del letto in mezzo ha, certo, alcune caratteristiche della bambina che fui e che sono, o forse, mi piace pensare, della bambina che avrei voluto essere. Ma contiene in sé tutte le bambine che ho incontrato nella mia vita, quelle vere e quelle dei libri. C’è anche la piccola Jane, dentro, irriverente e intelligentissima, e la donnina Dorothy, del Meraviglioso mago di Oz, decisa, curiosa, temeraria. E chissà quante altre…

 

Quali progetti lavorativi hai per il tuo futuro?

Ho passato gli ultimi quattro anni immersa nelle mie traduzioni “matte e disperatissime”, quasi senza soluzione di continuità, a parte i mesi (appena quattro) dedicati alla scrittura di Fuori posto, e se è vero quel che dicevo prima, e cioè che “fare traduzione” significa “fare esperienza” e quindi permettere a questa esperienza di cambiarti profondamente, è anche vero, o forse ne è la logica conseguenza, che, come mi ricorda spesso un caro compagno di traversate, ciò a cui ti consacri presto ti consuma. Per cui non si può tradurre tanto al chilo, per lo meno se lavori con i classici. Ci vuole tempo e ci vogliono lunghe pause e momenti di posa. L’arte – ché il traduttore è un autore a tutti gli effetti e la traduzione un’arte – non può sottostare alle leggi della produzione, se vuole rimanere libera, che è come dire “se vuole rimanere arte”.

Ho avuto la grandissima fortuna di iniziare traducendo Fitzgerald e Brontë e di proseguire con Baum, Dickens, Gaskell, Collins, Twain, Le Fanu. Insomma, quattro anni in compagnia dei classici, fatta eccezione per Josephine Johnson, autrice americana premio Pulitzer nel 1934, che però ha una voce classica degna dei grandi nomi che la precedono. E quattro anni in compagnia di autori “morti” (solo all’anagrafe, intendiamoci). Qualche mese fa dicevo scherzando a Pietro Del Vecchio, il mio editore, che non ci provasse a darmi un autore vivo, che se non sono morti io non li traduco. E che avrei scritto un romanzo su una traduttrice che traduce solo scrittori morti e a un certo punto si trasforma in una serial killer e comincia a fare carneficina di autori che vorrebbe tradurre ma hanno l’unica pecca di esser vivi. Per venire alla tua domanda, scherzi a parte (ché gli scrittori ci piacciono vivi e vegeti e in buona salute!), lavorare con i classici è stata una grandissima palestra. I miei progetti vanno in due direzioni differenti: da una parte vorrei tradurre qualche autore contemporaneo (e in parte questo desiderio si è realizzato con un nuovo libro che ho appena finito di tradurre per la 66thand2nd e che uscirà a dicembre, una raccolta di interviste immaginarie di scrittori americani contemporanei a icone del passato) e dall’altra vorrei tornare ai miei antichi amori, i classici latini e greci, per tradurli con la consapevolezza di oggi e così avverare un sogno altrettanto antico: che Omero e Abelardo ed Eloisa finiscano nelle borse dei ragazzi, insieme a tabacco, cellulare e ipod, a Superwoobinda e American Gods.