Intervista a Gianluca Coci

Di Sara Amorosini

 

Gianluca Coci è un noto traduttore dal giapponese, nonché docente di Lingue e Letterature del Giappone e della Corea presso l’Università degli Studi di Torino.

Dopo la laurea presso l’Orientale di Napoli ha conseguito il Master (MA) e il dottorato (PhD) in letteratura giapponese moderna e contemporanea presso la Senshu University di Tokyo.

È autore di circa trenta traduzioni dal giapponese, tra cui il premio Nobel Kenzaburo Oe, di Natsuo Kirino e Randy Taguchi. Nel 2009 ha vinto il Premio Mario e Guglielmo Scalise per la traduzione letteraria dal giapponese. Collabora con la rivista L’indice dei Libri del Mese.

Come autore, ha pubblicato una monografia in lingua giapponese sul teatro sperimentale di Kobo Abe e ha recentemente curato i volumi Scrivere per Fukushima, raccolta di racconti e saggi a sostegno dei sopravvissuti del terremoto del Giappone orientale, e Japan Pop. Parole immagini suoni dal Giappone contemporaneo. Dirige inoltre la collana editoriale Asiasphere (Atmosphere libri, Roma), dedicata alla narrativa dell’Asia orientale e del Sudest asiatico.

In esclusiva per Gerolamo e il leone Gianluca Coci racconta la sua esperienza nel mondo editoriale a 360°: studente, docente, traduttore ed editore.

 

Cominciamo dalla sua passione per la lingua giapponese. Ho letto che il vostro “incontro” risale ai tempi del liceo…

Sì, è stata una casualità, una fortuna. All’epoca avevo un professore di filosofia appassionato di romanzi giapponesi che a fine lezione ci consigliava sempre qualche autore americano, asiatico o addirittura africano. Ricordo che una volta ci parlò di Tanizaki. E fu così che, prima ancora di arrivare all’università, ebbi l’opportunità di leggere L’amore di uno sciocco, di Tanizaki. Oltre questo, la passione per le lingue c’è sempre stata.

 

Al liceo però non ha studiato lingue, giusto?

No, ho studiato al liceo scientifico, anche se già al terzo anno avevo messo da parte le materie scientifiche (ride). Le materie scientifiche non mi interessavano per niente e riuscivo malissimo, mentre andavo decisamente meglio nelle materie umanistiche e nelle lingue. Mi sono deciso a studiare lingue quindi all’università. L’inglese o il francese non mi attiravano, erano lingue che studiavano un po’ tutti, perciò essendo all’Orientale ho deciso di studiare il giapponese.

 

Scelta interessante. Dopo i primi anni di università so che il giapponese l’ha anche portata a studiare all’estero…

Sì, esatto. Per il Giappone vengono messe a disposizione ogni anno dieci borse biennali per laureati, ancora oggi. Così dopo la laurea mi sono preso un anno per capire un po’ cosa volevo fare e per prepararmi a sostenere l’esame che bisogna sostenere per essere ammessi. Una volta passato l’esame sono andato in Giappone e ci sono rimasto sette anni in tutto. All’inizio dovevano essere solo due anni, ma alla fine dei due anni ti danno la possibilità di fare l’esame di ammissione al Master, che si collega poi ai tre anni di PhD vero e proprio. Quindi se di volta in volta riesci a superare i vari esami, ancora oggi questa borsa di due anni può prolungarsi fino a sette. Una volta lì ti si apre un mondo completamente diverso e ti accorgi che due anni sono pochi. La padronanza della lingua, che non è mai completa, non riesci ad acquisirla se non passano almeno quei tre, quattro anni. Io credo che per tutte le lingue, e ancora di più per quelle esotiche, se uno non vive quella realtà, non vive sul posto, non riesce ad acquisire la padronanza necessaria a lavorare con quella lingua. Per quanto riguarda il giapponese, è fondamentale. Questa infatti è una cosa che dico ai miei studenti fin dal primo giorno: dovete entrare nell’ottica che il vostro obbiettivo dev’essere quello di andare in Giappone e starci il più a lungo possibile.

 

Parliamo più strettamente di traduzione. Quando si è avvicinato alla traduzione?

Devo dire che all’inizio l’idea di diventare traduttore era più che altro una speranza, un sogno. Ho sempre saputo che era quello che volevo fare. L’esame che dovevo dare per poter andare in Giappone era a giugno. Io mi sono laureato proprio a giugno ed era impensabile cercare di darlo subito. È un esame molto difficile, che richiede almeno un anno di preparazione, e ancora così le possibilità di superarlo sono molto poche. Quell’anno ricordo di aver continuato a studiare la lingua, ma soprattutto decisi di tradurre un intero romanzo di un autore che tempo dopo sono riuscito a far pubblicare. Una follia! Non avevo nessuna possibilità, nessun contatto con gli editori… Avevo soltanto la mia passione per la traduzione. E da lì la decisione di lavorare almeno 4/5h al giorno per un anno. Volevo provarci, e così mi misi a tradurre questo romanzo di oltre 200 pagine. Non sapevo se l’avrei mai pubblicata, ma ci tenevo almeno a sottoporla all’attenzione di una persona competente. All’epoca c’erano già alcuni insegnanti che erano anche traduttori, ed erano disponibili a dare almeno una lettura per dirti se secondo loro ce la potevi fare oppure no. Ho ripreso in mano il dattiloscritto di quella prima traduzione dopo sette, otto anni. Era praticamente impossibile da pubblicare così com’era, è chiaro però che il traduttore esperto si rende conto se c’è del potenziale. Il miglioramento avviene dopo, col tempo. Quello è stato un inizio per me.

 

Quando ha deciso di intraprendere questa carriera era appena laureato. A questo proposito, che tipo di preparazione ha ricevuto all’università per quanto riguarda la pratica della traduzione?

Diciamo che sicuramente si sarebbe potuto fare di più. Il corso di lingua era fondamentalmente un corso di grammatica, mentre nell’ambito del corso di letteratura – all’incirca tre ore a settimana – un’ora veniva dedicata alla traduzione. Veniva assegnato un testo estratto dai romanzi di alcuni autori famosi insieme a una lista di vocaboli. Riuscivi quindi a fare una traduzione guidata.

 

Immagino che adesso ci sia più attenzione per questo aspetto rispetto al passato.

Adesso noi cerchiamo di fare di più, ma è comunque insufficiente. Nel mio caso specifico cerco di fare non solo un esercizio di traduzione ma anche di parlare del rapporto che c’è con gli editori. Ad esempio, faccio sempre una breve lezione su come scrivere una scheda di lettura… Insomma, per chi vuole recepire, qualche input lo do. Questo tipo di approccio però mi è possibile solo perché lavoro in prima persona nel campo della traduzione.

 

Oltre alla formazione, si parlava di passione. Qual è il ruolo della passione nel lavoro del traduttore, e quali altri fattori servono?

Sicuramente riuscire a diventare traduttori è anche una questione di fortuna, ma la passione è una componente fondamentale. Da lì si vede se sei portato o meno per questo tipo di lavoro. La mia idea era che se non riuscivo in uno, due anni a superare quell’esame o ad andare in Giappone, il tentativo di diventare traduttore l’avrei fatto. Correndo anche un bel rischio, perché se non avesse funzionato avrei dovuto cambiare strada e inventarmi chissà cosa. Eppure quel sacrificio iniziale ci vuole, bisogna essere disposti a sacrificarsi. Certo, non a tempo indeterminato, però almeno uno, due anni ci vogliono. Per il resto, non credo che oggi sia molto più difficile di prima – sto parlando di una ventina di anni fa. Per il giapponese, e per le lingue esotiche in generale, le possibilità più o meno sono sempre le stesse.

 

Cosa mi dice invece della sua prima traduzione vera e propria?

La mia prima traduzione è stata la traduzione di un romanzetto, uno di quei romanzi scandalistici che parla di come alcune ragazze giapponesi, adolescenti, purtroppo si vendessero per potersi comprare poi l’abito firmato, dei gioielli e così via. Tra l’altro, di tutti i romanzi che ho tradotto, è quello che ha venduto di più. La persona che inizialmente Rizzoli aveva contattato per tradurlo si era rifiutata, non aveva nessuna intenzione di tradurre “quella roba”. È chiaro che se proponi un libro come quello a un traduttore che fa quel lavoro da vent’anni è difficile che accetti. Per me invece che all’epoca avevo solo trentadue anni – e per chi traduce dal giapponese sono davvero pochi – era una grande occasione. Ti senti mettere in contatto con un editore così famoso… Avrei tradotto anche la biografia di un calciatore o di un lottatore di sumo! (ride) Nonostante fossi partito un po’ scettico, anche lì entra in gioco la solita passione. Anche quel romanzetto di scarso valore letterario alla fine, se tradotto con passione, può diventare divertente ed essere fatto, spero, abbastanza bene.

 

Ha voglia di raccontarci come ha ottenuto questa prima traduzione?

Tramite un traduttore più esperto. Quindi, il contatto. È anche vero che, essendo in pochi, uno che va in Giappone per cinque, sette anni e poi gli viene pubblicata la tesi di PhD si fa notare da chi si occupa di giapponese in Italia. Bisogna farsi conoscere. Evidentemente questo traduttore ha voluto darmi un’opportunità. Spesso a tradurre il primo romanzo ci si arriva in questo modo. Attenzione, non si tratta di raccomandazioni, ma ricorda piuttosto quello che avveniva in passato nelle botteghe, il rapporto tra maestro e discepolo. Il bravo studente, uno che oggi come oggi ha fatto un PhD, dev’essere bravo a farsi notare. Se uno è molto bravo il traduttore e/o il docente se ne accorge, lo nota. Questo non toglie però che il mondo editoriale sia sicuramente un mondo molto chiuso.

 

Mettiamoci invece nei panni del giovane che oggi voglia tradurre dal giapponese, cosa deve fare? Che formazione gli serve?

Sicuramente deve studiare la lingua senza mai smettere. Non si finisce mai. Cercare di andare in Giappone. Soprattutto deve leggere il più possibile perché il traduttore dev’essere innanzitutto lettore di quella lingua, e questo significa che non può impiegare un mese a leggere un romanzo di 300 pagine perché deve cercare continuamente le parole sul dizionario. Deve impegnarsi nello studio quindi, e andare sul posto il più a lungo possibile. Questa è la base. Oltre a leggere – di tutto – serve molto scrivere, anche solo un diario. Non bisogna dimenticare che la scrittura va esercitata.

 

Immaginando che uno abbia già una buona preparazione linguistica, come mi dice invece della formazione come traduttore?

Non ci sono corsi e i traduttori/docenti all’università non hanno più modo e tempo di seguire personalmente chi potrebbe avere le capacità per diventare un buon traduttore. C’è sicuramente molta autoformazione. Un esercizio molto utile è confrontare la traduzione con il testo originale. In questo modo si può cercare di intuire quali sono state le scelte del traduttore in un determinato passaggio. Il confronto aiuta sempre. L’università prepara linguisticamente, ma poi la formazione come traduttore vero e proprio avviene dopo. In ogni caso, può essere utile contattare un docente – che sia anche traduttore – per avere un’opinione su una traduzione. Allo studente niente vieta di contattare un traduttore o un docente.

 

Al giorno d’oggi però quanti sono i docenti/traduttori effettivamente disponibili a dare una mano al giovane che vuole avvicinarsi al mondo della traduzione?

Se il docente è anche traduttore, è sempre disponibile. Alla base c’è la passione e si sa quant’è difficile intraprendere questa strada, quindi la volontà di aiutare chi inizia c’è sempre. Penso che la figura ideale per fare da ponte tra l’università e il mondo del lavoro, della traduzione, sia proprio il docente/traduttore che ha tutte e due le componenti, conosce entrambi gli aspetti ed entrambe le problematiche, e quindi magari è anche più disposto ad aiutare, e a riconoscere eventualmente il potenziale di chi ha davanti.

 

C’è ancora un aspetto di cui non abbiamo ancora parlato, e cioè il lavoro in casa editrice. Partiamo dal lavoro come traduttore, come si svolge?

Con le lingue esotiche spesso l’editore contatta il traduttore prima di acquisire i diritti per chiedergli di leggere il romanzo e di farne la scheda, o almeno di parlarne. Per il giapponese si è in pochi e gli editori si fidano di noi, quindi di solito il rapporto con l’editore comincia già dalla lettura del romanzo. Durante il lavoro poi non ci sono molti contatti. Magari ti chiedono di scrivere qualcosa sulla trama, su com’è il romanzo oppure dati più tecnici, come ad esempio quanto verrà lungo il testo. Si consegna e poi si aspettano le bozze. Tempo fa si facevano due giri di bozze con il traduttore, adesso oramai se ne fa solo più uno. Personalmente cerco di leggere tutto con la traduzione davanti per verificare che effettivamente i cambiamenti apportati corrispondano a dei miglioramenti. Soprattutto con il giapponese è molto difficile rendere il testo in italiano senza cadere nella trappola dei calchi, serve quindi un revisore competente. Facendo questo lavoro con le bozze però si riesce anche a vedere meglio eventuali errori. Su praticamente trenta romanzi che ho tradotto, nessun revisore conosceva il giapponese, quindi a volte capita anche che commettano degli errori clamorosi, ma facendo questa verifica (quasi rigo per rigo) è difficile che sfuggano. Mi prendo due, tre settimane e poi rimando indietro le bozze con tutta la lista delle mie osservazioni, a cui di norma segue una discussione con il revisore, via mail oppure per telefono, per cercare di migliorare il migliorabile fino all’ultimo minuto. Non bisogna mai dimenticare che le bozze sono un’ulteriore possibilità di migliorare il testo nonché un modo per evitare errori dovuti all’impaginazione o ai refusi. Cerco di fare tutto il possibile per la buona riuscita del romanzo. L’editore stesso sa che, per quanto riguarda lingue come il giapponese o il cinese, deve “sfruttare” la conoscenza del traduttore il più possibile.

 

Durante il lavoro di traduzione però può capitare di avere dei problemi, dei dubbi. Escludendo il revisore, che non necessariamente conosce la lingua, a chi/cosa si rivolge?

Allora, se si può si risolve tramite internet. Una cosa molto difficile, ad esempio, è trascrivere giusti i toponimi. Un non madrelingua corre il rischio di sbagliare, e mentre prima si ricorreva all’enciclopedia adesso si può risolvere tutto con internet. In caso di problemi di interpretazione invece, e perciò frasi che sembrano assolutamente enigmatiche e dove si ha un alto margine d’errore, lì si contatta o il collega giapponese madrelingua o, se si può, direttamente l’autore (tramite l’agente o direttamente lui/lei se lo si conosce di persona). C’è molta collaborazione tra traduttori. Inoltre, gli autori giapponesi sono disponibilissimi. Il senso di umiltà dei giapponesi li rende davvero molto disposti a collaborare, e questo vale sia per l’autore poco conosciuto sia per il premio Nobel, a maggior ragione quando questo significa avere la possibilità di essere tradotti in altre lingue.

 

Oltre all’aiuto umano, quali strumenti ha a disposizione il traduttore dal giapponese?

Prima di tutto, finora nessun esperto italiano di linguistica ha mai lavorato a un dizionario bilingue. Siamo ancora legati, purtroppo, a un dizionario bilingue fatto da giapponesi per giapponesi. Una cosa davvero molto, molto grave. Dizionari validi esistono soltanto per l’inglese, e qualcosa per il francese, però è impensabile lavorare con un dizionario che traduce in inglese/francese e che richiede un ulteriore passaggio per arrivare alla traduzione italiana. Al dizionario bilingue, di cui purtroppo non si può fare a meno, vanno poi affiancati il dizionario monolingue, il dizionario dei sinonimi e contrari, e ovviamente internet, imprescindibile per quanto riguarda neologismi, gergo giovanile, toponimi, nomi di piante/animali…

 

Oltre a lavorare in casa editrice come traduttore, recentemente è anche diventato direttore della neonata collana Asiasphere. Cosa l’ha spinta a intraprendere questo progetto?

Asiasphere è un progetto che nasce all’interno di un piccolo editore, Atmosphere, e questo ha dei limiti economici e di visibilità. Ci occupiamo di autori di tutto il Sudest asiatico. La nostra prerogativa è essenzialmente la cura del testo, come dovrebbe essere sempre. C’è sempre, ad esempio, una prefazione o una postfazione del traduttore o di un altro studioso. Un’altra caratteristica è che inseriamo le note: cerchiamo di non appesantire troppo il testo, ma comunque in proporzione ne mettiamo un buon 50% in più rispetto ai grossi editori. Insomma, ci dedichiamo a curare il testo il più possibile. Abbiamo messo insieme un gruppo di esperti per vedere di tradurre testi sensati, interessanti, autori che magari sono stati trascurati perché poco vendibili. Nel nostro piccolo cerchiamo di “sistemare un po’ di cose” e non tradurre soltanto quegli autori che vendono tanto, ma di fare un certo percorso, un certo ragionamento.

 

Quali sono le prospettive future per questa collana?

Per il momento abbiamo pubblicato un solo titolo [Stella Stellina, di Anuki Kaori] che vuole essere un po’ un’anticipazione. Il progetto partirà invece in maniera un po’ più massiccia in primavera. Usciranno una raccolta di racconti di autori cinesi, un romanzo di un’autrice indonesiana e un altro autore giapponese. La volontà è certo quella di andare avanti, anche se il tutto è anche legato a un discorso di sovvenzioni di enti pubblici e privati, giapponesi, cinesi. Andando anche un po’ al risparmio, perché questa è la realtà, si cerca di far andare avanti questo progetto in cui crediamo. Cerchiamo, anche in minima parte, di far conoscere altri autori che non siano solo Murakami o Yoshimoto Banana.