Francesca Peracchione: traduzione da Azima la Rouge di Aymeric Patricot (Paris, Flammarion, 2006)

azima_bisAzima la Rouge, Aymeric Patricot

A cura di Francesca Peracchione

 

Aymeric Patricot, 38 anni, laureato in Letteratura, Economia e Filosofia alla Sorbona, è insegnante di francese in scuole della banlieue di Parigi. È autore di tre romanzi, Azima la Rouge (2006), Suicide Girls (2010), L’Homme qui frappait les femmes (2013) e di due saggi, Autoportrait du professeur en territoire difficile (2011) e Les Petits Blancs (2013).

 

La vicenda di Azima La Rouge è stata ispirata dalle testimonianze di un insegnante che, come lui, lavora nei quartieri delle “zones urbaines sensibles” della capitale francese. Attraverso gli episodi tra cui si dipana la trama, l’autore rende partecipi dei processi mentali che la giovane Azima mette in atto per poter sopportare e superare il dramma finale. L’autore tiene a puntualizzare che questo romanzo non vuole farsi specchio della società né vuole toccare questioni di ordine politico, ma piuttosto descrivere i meccanismi che entrano in gioco quando si è costretti a fronteggiare le difficoltà della vita quotidiana. Quello che dà alla trama un sapore davvero “romantico” (inteso come Sturm und Drang) – come spiega Patricot stesso in un’intervista concessa al sito Dailymotion – è l’ambientazione nella banlieue parigina, dove le persone sono costrette a vivere una realtà assai complessa: il fatto che i personaggi si trovino in una logica di sostrati culturali e in dinamiche sociali e familiari alle volte spietate, e che la violenza si nasconda dietro a ogni angolo, fa sì che la storia sia più angosciante che se fosse ambientata altrove. Il continuo spostamento di alcuni personaggi dalla ville alla banlieue rende affannoso il vivere, in questo romanzo, in una costante mancanza d’ossigeno e nell’impossibilità di fuggire dalla prigione culturale in cui i personaggi sono rinchiusi. L’autore affronta dunque temi scottanti dell’attualità francese, quali la difficile integrazione araba nella cultura locale e la violenza nelle periferie, permettendoci di collocare il romanzo dopo il 2005, ovvero dopo lo scoppio delle rivolte nelle banlieue.

Azima non è quindi un angelo in mezzo alle tenebre, ma un personaggio irreale in un mondo privo di sentimenti.

Ciò che caratterizza Azima la Rouge e che conferisce all’opera un tocco originale è la struttura della narrazione: il libro è diviso in capitoli organizzati secondo una simmetria precisa, dando voce di volta in volta a ciascun personaggio, quasi come in un dramma teatrale.

Questo romanzo è stato oggetto d’interesse da parte del Festival du Premier Roman de Chambéry nel 2007.

Dal punto di vista linguistico, il romanzo presenta molti aspetti interessanti: lingua parlata e gergo popolare francese, giochi di parole ed espressioni idiomatiche, intercalari ed espressioni giovanili, cultura francese impregnata di cultura araba. Tutte situazioni di “intraducibilità”, in cui – per citare Eco – “il traduttore cerca la traduzione migliore, che può essere sempre e soltanto un compromesso”.

 

Traduzione

di Francesca PeracchioneFrancesca Peracchione per 10p

 

Azima

Quando mio fratello mi ha dato lo schiaffo, la testa ha fatto sbam. Subito non mi sono resa conto di aver toccato il muro. E comunque non ho sentito nulla. Soltanto un’eco, qualcosa che provoca un ronzio, come una mosca dentro il cranio. Poi la mosca ha smesso di sbattere le ali. Si è posata da qualche parte dentro di me. Ho guardato mio fratello. E non lo detestavo.

Non ha più avuto bisogno di picchiarmi. Avevo capito. Non posso dire di essere d’accordo. Ma non penso si tratti di essere d’accordo o meno.

Le mie amiche, loro, hanno delle idee piuttosto semplici. Voglio bene a queste ragazze, mi piacciono le loro risate nel cortile del liceo. Trovo che siano eleganti e mi piace il loro lato sexy.

Ciò non toglie che, osservandole, mi dica che deve esserci qualcosa oltre all’evidenza dei corpi. Il desiderio è facile, è un bambino. Ci sorride e non possiamo resistergli. Ma nella vita non ci sono solo i bambini. I bambini sono il punto di partenza. Poi c’è tutto il resto.

Più tardi, mia madre mi ha regalato un nastro rosso. Subito non sapevo in che modo usarlo. Poi me ne sono servita per legarmi i capelli. Trovo strano che mia madre mi faccia scivolare in mano questo pacchettino due ore dopo lo schiaffo. Non penso che abbia visto la scena, e non penso nemmeno che la mia testa contro il muro abbia fatto rumore. Quasi non ho sentito io: figuriamoci gli altri.

Mi piace questo nastro. Ho gli occhi verdi che gli altri dicono graziosi. Mi sta bene il rosa, ma non ha nulla a che fare col verde. Ho messo il nastro troppo lontano, verso il dietro della testa. È così. Troppo lontano nei miei capelli.

Mi sono trasformata in una sognatrice guardandomi allo specchio. Malgrado io non abbia comunque molti sogni. Un paio sono molto semplici e non ne conosco nemmeno il volto. So soltanto che sono lì, nascosti dai miei capelli. Bisbigliano delle cose tra loro. Non taceranno mai.

Ogni tanto penso di avere una bellezza fuori dal comune. Non che me ne vanti, ma succede che il mio sguardo si perda tra i ricci. Le ragazze del liceo non lo capiscono. Per loro i ricci sono ricci. Ma non è così.

Stamattina nulla preannunciava lo schiaffo. Mi sono alzata di buon’ora, il sole che si intrufolava tra le torri dei grattacieli aveva riscaldato la finestra. Ho lasciato la mano attaccata al vetro, un momento, senza riflettere. Potevo sentire le urla dei bambini in cortile, le risate femminili, e mi è tornato alla mente che c’era anche il ronzio dell’autostrada, laggiù, che non si spegne mai del tutto.

A questo proposito il prof di francese ci ha letto dei bei testi sull’operosità delle città. Le autostrade sono di certo un luogo di dinamismo. Gente che va al lavoro, gente che torna. Alcuni vanno in vacanza. Suppongo che ci sia pure chi non sa quello che fa. Quindi non bisogna proprio lamentarsi delle autostrade.

Sono andata in cucina. Camminando sulle piastrelle. Mia madre lavava le patate. I suoi movimenti sono sempre rallentati quando lava le patate. Sogna. Può darsi che le trovi belle, e che la consistenza evochi qualcosa nella sua mente. Lascia che s’impossessi di lei la stessa lentezza che mi prende al mattino a contatto col vetro caldo.

Si è parlato di quello che si sarebbe fatto durante la giornata, poi sono scesa a comprare un paio di cose – articoli per la casa, i chewing-gum per la mia sorellina, il dentifricio sbiancante.

Provo sempre la sensazione di spazi enormi quando esco in cortile. Poi mi muovo in direzione del centro commerciale. Il grattacielo, che svetta sopra all’entrata, domina la prospettiva. A volte alzo la testa, altre no. Stamattina mi sono trattenuta. Avevo coscienza dei tre piani, e tutti avevano occhi.

È lì che ho incrociato mio fratello. Si è avvicinato senza dire una parola e mi ha seguita nel negozio. Credo che trovasse naturale il fatto di accompagnarmi. A un certo punto, lo pensai anch’io. È rimasto a lato degli scaffali mentre sceglievo i prodotti.

Arrivando alla cassa, ho visto quel ragazzo. Il cassiere. Testa rasata a zero. L’impeccabile T-shirt chiara, come sempre. Sorrideva spesso, senza però perdere il suo atteggiamento da caserma. Non mi dispiaceva. Non amo mentire a me stessa: devo riconoscere che ciò che di lui poteva piacere a me poteva anche non piacere agli altri. Poteva soprattutto non piacere a qualcosa dentro di me. Credo che un’attrazione non ci coinvolga mai del tutto. Una parte di me si rivoltava alla sola idea di rivedere quel ragazzo.

Mentre mio fratello manteneva le distanze, ho messo i prodotti sul nastro di scorrimento della cassa. Il ragazzo mi ha guardata, mi ha riconosciuta e mi ha sorriso. Non ci siamo mai parlati. Ciononostante gli piaccio, è chiaro. Ha venticinque anni. Ama l’idea di piacermi, anche se senza dubbio ha in progetto di sposarsi. Ho risposto al suo sorriso e non ci sono state reazioni da parte di mio fratello. Mi sono chiesta se l’abbia anche solo notato.

Come potrebbe sapere tutto quello che un sorriso porta con sé? Adolescente troppo serio, troppo severo, più severo del suo stesso padre, e che si prende la briga di sorvegliarmi senza che nessuno glielo abbia chiesto.

Mio fratello ha delle amiche, al liceo, anche se è raro che lo veda ridere con loro. Il suo viso dai lineamenti duri lo rende bello. I suoi capelli corti attirano l’attenzione e a volte persino la mano delle ragazze cui piace. È uno studente rispettoso, piuttosto calmo. Eppure non si lascia convincere facilmente. Si conoscono i suoi principi, si conosce la sua forza. E non che sia piantato meglio degli altri ragazzi, o più cocciuto, ma le sue idee sono un punto di riferimento: non bisogna invadere i suoi spazi. Soprattutto quando si può facilmente evitare di farlo.

Si interessa alle ragazze, come tutti quelli della sua età. Mi è stato detto che mi trova bella. I suoi occhi si incupiscono quando ne parla. Non cerco di capirlo. Non ho scrutato il suo sguardo nel momento del sorriso. Ora il suo sguardo velato mi spaventa. Come sapere cosa nasconde? Come scoprirne la profondità? Qual è la sua indole, se non si tradisce mai?

Ho paura. Ma è già da un pezzo che mi sforzo di dare meno importanza alle cose. Basta guardarle meno, lasciare che la foschia salga all’orizzonte. Solo allora gli uomini vi sembreranno davvero puri. Perché quindi essere cattivi? Perché sprecare il proprio tempo in questo modo?

Mio fratello non mi ha lasciata per tutto il resto della giornata. È uscito dal negozio dietro di me, poi ha camminato alla mia destra, verso l’appartamento. Mi sono ricordata che aveva altri impegni.

- Non avresti dovuto vedere Khalid stamattina?

- Fa niente.

Due ore dopo mi ha dato uno schiaffo. Ma era palpabile dall’inizio. Le cose sarebbero sicuramente state più semplici se avesse agito subito. Dieci minuti prima dello schiaffo mio fratello era entrato in salotto. Stavo giusto finendo la mia relazione. Non avevo avuto tempo di andare in biblioteca e mi ero dovuta accontentare del Larousse dalla copertina strappata dei miei vicini. Il prof avrebbe apprezzato quel lavoro ed ero relativamente soddisfatta. Stavo posando la penna quando mio fratello si è seduto. Subito non ha parlato, e ho sentito riaffiorare la paura vissuta al mattino di fronte all’assenza di reazioni. Gli ho sorriso affinché si calmasse; è stato fatale:

- Ti ricordi che devi incontrare tuo marito entro una settimana?

- Come pensi che possa dimenticarlo?

Mi aveva intenerita.

Mio fratello si è alzato, piazzandosi davanti alla finestra. Mi si parlava molto bene di mio marito. Mi si rassicurava a proposito della sua gentilezza. Non ne dubitavo affatto. Mi si raccontava della sua discrezione, e mancava poco che provassi pietà nei suoi confronti. Una delle mie sorelle si prendeva gioco della sua stempiatura.

Sentivo che il silenzio stava durando troppo. E ho commesso un errore. Di solito il silenzio non mi mette a disagio. Ma non sono nemmeno a mio agio. Le persone mi guardano, i loro visi mi tranquillizzano. Sogno di cose talmente astratte che non so nemmeno se possano esistere.

Ho pensato che parlare fosse una buona idea. Quelle parole sono state molto più colpevoli dello sguardo. Non ho dovuto aspettare la reazione di mio fratello. Per questo è così vera. Parlo al presente, perché il suo gesto non è ancora giunto al termine. Ho la sensazione di vivere dentro di lui. Quel gesto ha rivelato l’immagine che mio fratello ha di me.

Ho rivolto il viso verso il grattacielo di fronte e ho detto:

- Sai, quel ragazzo ha solo un modo di fare così gentile… Non lo conosco affatto.

Nulla di ciò che avevo detto andava bene. Né il senso delle parole, perché non ci credevo. Né l’esitazione, soprattutto. L’esitazione tra una frase e l’altra, queste due frasi senza un nesso. Non mi ci sono riconosciuta. Se di solito preferisco tacere è anche per scegliere le parole giuste.

Molti scappano di fronte al silenzio.

Non ho visto arrivare la mano di mio fratello. La testa ha fatto sbam e lui è uscito. Cosa ho sentito per primo: il male o il rumore?

Ho preso questo schiaffo, ma il peggio deve ancora venire. Non lo sapevo ancora. Del resto perché si usa questa parola? Non credo che abbia un senso. Le cose non sarebbero potute andare peggio, perché le cose non erano poi così tanto male. È semplice logica. Le persone che si sbagliano, non è che non vedano bene. È che ci vedono poco. Per loro, due più due non fa quattro. Perché pensano semplicemente: «2». Io penso: «2+ 2 = 4». Ed è per questo mio modo di pensare che il seguito, dal mio punto di vista, non è stato peggiore.

Mio fratello è uscito. La miglior cosa da fare era prendere un libro. In famiglia sono l’unica che legge. Ogni settimana scelgo un volume dalla biblioteca, che nascondo bene in fondo allo zaino. Non vorrei perderlo ed essere presa per una ladra.

Lo apro in salotto, vicino alla finestra, dove c’è più luce. Le prime frasi sono deliziose. Le altre mi scivolano addosso. Se mio fratello mi trova bella, deve essere in questi momenti. Sono concentrata, non c’è più nulla che possa ferirmi. La pace del mio viso si offre a chi mi guarda, la mia bellezza si dona a scatola chiusa. Sono vulnerabile, ma lo sono sempre meno. Sono saggia e perciò capisco meglio le cose. Si potrebbe pensare che io mi prenda gioco della gente quando sorrido in questo modo a frasi che hanno senso solo per me.

Quindi ho aperto il libro che avevo preso in prestito il giorno prima. Volevo ricominciarne la lettura. Ho pensato che sarebbe stato più facile capire le frasi già lette. Ma non ci sono riuscita. Le parole si succedevano, ma si accanivano a non volermi con loro. Alcuni inizi sono penosi. Alla fine della prima pagina, sono tornata alla prima riga. Sollievo: sono di nuovo padrona delle frasi.

In un istante ho sentito una goccia scorrere lungo la guancia. Possibile che stessi piangendo? Ho chiuso il libro, aspettando che la goccia arrivasse fino al mento. Ho avvicinato il palmo per raccoglierla. In quel momento ho capito. Ho alzato la testa e notato il vasetto che mia madre aveva sistemato là, proprio sopra al tappeto, in attesa di una sistemazione migliore. Ci teneva molto alle viole del pensiero, viola e gialle, che innaffiava anche più di una volta al giorno. La loro fragilità mi inteneriva, con quei petali che si sgualciscono e si rattrappiscono. Li ho guardati, ho visto che un’altra goccia si stava formando sotto il vaso. Quella non sarebbe arrivata alla mia guancia. Ho riso. Le note si sono disperse nella stanza. Ho trovato che anche loro fossero fragili, ma accompagnate da un alito di vento che non si spegnerà mai.

Testo originale:

Aymeric Patricot Azima La Rouge 10 p