Lorena Viscusi: traduzione da As Palavras que me Deverão Guiar um Dia di António Tavares (Alfragide, Teorema, 2014)

as_palavras_que_me_deverao_guiar_um_diaAs Palavras que me Deverão Guiar um Dia, António Tavares

A cura di Lorena Viscusi

 

 

António Tavares nasce a Lobito, in Angola, nel 1960. Parte per il Portogallo nel 1975, subito dopo la dichiarazione d’indipendenza dell’ormai ex colonia portoghese e conclude poi i suoi studi liceali nella città di Porto. A Coimbra si laurea in Giurisprudenza e diventa professore di scuola secondaria superiore. In seguito comincerà a scrivere come giornalista su A Linha do Oeste, da lui stesso fondato. Ha scritto saggi e pièce teatrali: Trilogia da Arte de Matar, Gémeos 6 e O Menino Rei, sono alcuni tra i suoi lavori. Attualmente è vice sindaco del comune di Figueira da Foz. Come scrittore ha ottenuto una menzione d’onore per il premio Alves Redol, nel 2013 dal Comune di Vila Franca de Xira per il suo romanzo O Tempo Adormeceu sob o Sol da Tarde. Arrivato finalista per il prestigioso premio Leya nel 2013 con il romanzo As Palavras Que me Deverão Guiar um Dia, ha vinto il suddetto premio con il suo secondo romanzo O Coro dos Defuntos nel 2015.

As Palavras que me Deverão Guiar um Dia é un romanzo di formazione, in parte autobiografico in quanto la storia si svolge nel luogo d’infanzia dell’autore: l’Angola. Il riferimento al mondo africano avviene attraverso le descrizioni della fauna, della flora, del clima e delle abitudini del “continente nero”. Siamo negli anni ’50-’60 del secolo scorso, dunque nel bel mezzo della guerra che ha opposto il Portogallo alle sue colonie, ma l’Africa e la guerra sono soltanto delle entità latenti che contaminano però i personaggi e ne influenzano le esperienze.  Il protagonista ci racconta la sua storia partendo dall’infanzia fino all’età adulta attraverso un esercizio di memoria. Tutti i fatti si svolgono nella città coloniale portoghese di Moçâmedes, la quale a partire dal 1985, dopo l’indipendenza dell’Angola, ha cambiato il suo nome in Namibe. Si tratta di una città che si affaccia sull’Oceano Atlantico, la quale durante gli anni del conflitto, non ha subito nessun tumulto e forse per questo motivo il tema della guerra resta marginale nel romanzo.

Il focus della storia si concentra in un quartiere di questa città e più precisamente in una strada: la Calçada dos Passeios. In questa strada vive il protagonista e il suo primo vero “amico”: un alto albero dalla cui cima il protagonista bambino è solito spiare il mondo intorno a sé. Arrampicarsi sull’albero diventa così un modo per trovare rifugio ma anche per osservare gli altri e scoprire il mondo, un mondo che presto si ridurrà a una vera e propria campana di vetro. Quest’immagine ci rimanda a Il Barone Rampante (1957) di Italo Calvino (più volte citato nel romanzo) il cui protagonista vive l’intera esistenza sugli alberi. Altro “amico d’infanzia” è un taccuino che accompagna il protagonista nel suo percorso di crescita trasformandosi in un vero e proprio baule di emozioni, di parole, di disegni, di esperienze, di vita. È proprio questo taccuino che l’autore ci apre per darci testimonianza più che di un mondo che è già scomparso, del suo ricordo che rischia anch’esso di scomparire. Sul taccuino il protagonista appunta scrupolosamente episodi significativi della sua vita e dei personaggi che ne hanno fatto parte: Amadeu, il suo amico d’infanzia con il quale disquisisce su temi di filosofia e religione; São, la sarta, che gli insegna i numeri e la matematica attraverso il nastro millimetrato; Neca e Américo, due giovani che il narratore ammira e talvolta prende come modelli; la ragazza dell’emporio che gli vende il taccuino; il parroco Neves, guida spirituale sempre pronto a fare la morale riguardo le tragedie che accadono nel quartiere e infine il personaggio probabilmente più bello ed enigmatico che accompagna il narratore durante tutto il romanzo: la ragazza dei limoni. Con lei, il narratore sperimenta la dolorosa esperienza della crescita e del diventare adulti, scopre la sessualità e l’amore. Il processo di crescita dei protagonisti viene indicato da alcuni segnali che simboleggiano il passaggio tra l’infanzia e la pubertà: la ragazza che è solita sgranocchiare fette di limone smette di farlo nel momento in cui diventa una donna e lo stesso protagonista smette di arrampicarsi sull’albero in questa transizione dall’infanzia all’adolescenza.

La morte, le malattie, la violenza domestica, il sesso, la censura, l’amore in tutte le sue sfaccettature sono i temi che accompagnano questa maturazione e la segnano in modo indelebile. Tutte le esperienze sono concentrate nel quartiere che diventa così un vero e proprio microcosmo: ciò che si svolge al di fuori di esso è qualcosa di sconosciuto, distante e misterioso. Infatti i personaggi che si allontanano dal quartiere e ritornano dopo un po’ di tempo, sono personaggi diversi che sembrano essere tornati dal mondo dei morti.

Il quartiere rappresenta dunque una vera e propria scuola di formazione. Anche lo scasso, dove il protagonista inizia a lavorare come aiutante, è un luogo di formazione e suscita nel protagonista una delle grandi questioni filosofiche affrontate nel romanzo: il materialismo. Splendidi sono i passaggi che menzionano, ad esempio, Primo Levi e la storia sull’atomo di carbonio ne Il sistema Periodico ma soprattutto Eraclito e la sua teoria del panta rei. Filosofi, scrittori, drammaturghi, musicisti, studiosi, scienziati, tutti sono chiamati all’appello dal narratore per aiutarlo a spiegare il dramma e la bellezza della vita. I libri citati nel corso della narrazione sono il filo conduttore della trama, accompagnano gli eventi della vita dei protagonisti: ognuno ha il suo parallelo nel mondo dei libri. È significativo, ad esempio, l’arrivo del furgone-libreria della Fondazione Gulbenkian all’interno del piccolo mondo del protagonista. Il programma SBI (Servizio Bibliotecario Itinerante), che iniziò nel 1958, fu senza dubbio un’iniziativa culturale di enorme portata nel mondo portoghese degli anni ’60, soprattutto nelle colonie, ma anche nelle isole e nell’entroterra portoghese, dove l’accesso alla cultura era minore. Per questo motivo il protagonista trascrive tutto sul suo taccuino; scrivendo, le parole vengono messe al sicuro, conservate per sempre. I libri diventano così delle vere e proprie finestre sul mondo esterno per chi vive in un piccolo mondo chiuso.

Alcuni critici hanno paragonato il libro al film Nuovo Cinema Paradiso e infatti, le immagini evocate da Tavares hanno qualcosa di cinematografico, lo sguardo del narratore sui personaggi è molto visuale, la descrizione è dettagliata riguardo all’aspetto fisico, alle abitudini dei personaggi o alla loro gestualità che diventano, così, i loro tratti distintivi. Le vicende dell’infanzia e dell’adolescenza sono affidate a un ricordo lirico, intriso di nostalgia per un mondo che è scomparso per sempre. Per questo l’autore è stato abile a spostare l’attenzione da un tema politico – la guerra coloniale, l’indipendenza, la decolonizzazione – ancora attuale e non privo di polemiche, a una dimensione universale, quella dell’infanzia e dell’adolescente, legittima in quanto tale.

In quest’ottica, il romanzo che sembrava essere un omaggio ai libri come lettura formativa, è in realtà incentrato sul tema della memoria personale affidata al libro il quale diventa custode di un tempo che fu e che l’autore non vuole che si dimentichi: quello del Portogallo dell’infanzia, quale canto del cigno dell’ultimo impero coloniale europeo. Moçâmedes, le case con verande antistanti e le aiuole, recinti con laterizi forati, gli alberi, le saline, il litorale, le donne riunite la sera a parlare mentre si colpiscono con rametti e fronde per allontanare gli insetti, i medicinali fatti con olio di alligatore, le costellazioni lucenti del continente australe…sono tutte immagini affidate alla memoria di chi li ha vissute e ora, grazie a questo romanzo, custodite nel ricordo di chi lo leggerà.

Traduzione

 

LE PAROLE CHE UN GIORNO MI DOVRANNO GUIDARE – António Tavares
Traduzione di Lorena Viscusi

 

XVI

 

Lavorare allo scasso mi avvicinò molto alla ragazza. A volte il caldo era così insopportabile che ero costretto a prendermi una pausa e cercare un po’ d’ombra. Il lavoro era duro e richiedeva un grande sforzo fisico. Mi toglievo la tuta blu da meccanico e rimanevo in pantaloncini seduto sotto l’ albero di limoni dove avevo sempre a disposizione una bottiglia d’acqua per rinfrescarmi. Un pomeriggio la ragazza si affacciò alla porta d’ingresso e mi chiamò per poi subito rientrare. Mi diressi verso la casa ed entrai anch’io. Mi invitò a sedermi e mi portò un bicchiere d’acqua, poi mi porse la metà di un limone perché io lo assaggiassi. Il divano era vecchio ed era rivestito di un tessuto a fiori, sporco e stracciato; si sedette di fronte a me su uno sgabello basso nella sua solita posizione: ginocchia sotto al mento, vestito cadente sui piedi e le braccia lunghe e magre a contatto con i calcagni. Stai guardando?, mi chiese.  Ho le mutandine slabbrate, aggiunse. Non mi ero nemmeno accorto di averle guardato le mutande, ma se era lei a dirlo, io, restando in silenzio ammisi la mia debolezza.

Cominciai a succhiare la mia metà di limone come se stessi risucchiando il mondo intero ma lei mi insegnò che bastava soltanto far scoppiare le sacche piene di succo del frutto mordicchiandole. Così feci. All’inizio l’acidità mi bruciò la lingua e le pareti interne della bocca  ma subito dopo il sapore mi sembrò gradevole. E quindi? , mi chiese, come se sapesse già la risposta. Mi astenni dal dire qualsiasi cosa in quell’istante e feci schioccare la lingua  dimostrando che il palato si stava abituando al sapore del frutto.

Lei si mise le mani tra le gambe e si tolse le mutandine gettandole poi in un angolo. Mi danno fastidio così slabbrate; è come non averle, disse. Ora non le hai, aggiunsi, confuso. Ho la figa, affermò, e la frase mi perturbò a tal punto che diedi un forte morso al limone facendomi scorrere tutto il succo dalle labbra fino a farlo gocciolare lungo il mento. Non avrei mai immaginato di sentire una ragazza dire una parola simile, tantomeno proprio quella parola. Rise, si alzò e si mise in ginocchio di fianco a me. Si avvicinò al mio viso e cominciò prima a leccare il succo di limone che mi scorreva dal mento e poi quello che avevo sulle labbra. Mi strappò dalle mani il mezzo limone e ne tirò via uno spicchio, lo masticò; sfiorò le sue labbra contro le mie, aprì la bocca e sentii la sua lingua calda ed acida che cercava la mia. Salì sul divano, si mise a cavalcioni su di me e iniziò a sfregare il suo corpo sui miei pantaloni fino al punto di abbassarli e assorbire il mio pene in erezione dentro di lei.

Il mezzo limone mi era scivolato dietro la schiena e feci per alzarmi ma lei mi spinse afferrandomi le spalle e rigettandomi sul divano. Mi alzai, tirai su i pantaloni e mi guardai intorno. Era come se volessi evitare la visione del suo corpo, bianco e magro, dall’ossatura sporgente, pieno di lentiggini sul petto e sui  seni piccoli, quasi solo un’areola, e del suo pube in rilievo che si offriva in una bionda peluria.

Raccolsi il vestito che lei aveva ammassato ai suoi piedi e glielo porsi. Vieni qui, mi disse, ma io ignorai l’invito anche se non sapevo dove altro andare. Dalle tende di tulle sporche filtrava una luce debole e capii che il pomeriggio stava per volgere al termine. Andai a cercare una brocca e la riempii con acqua del rubinetto. Bevvi avidamente come se volessi togliermi il gusto acido del limone o il sapore della sua pelle dalla bocca. Mi allungò un braccio come a volermi chiedere dell’acqua; portò la brocca alla bocca e poi, tutto d’un colpo, mi chiese se l’amavo. Distolsi lo sguardo. Puoi dire la verità, proseguì. Certo che potevo, ma quale verità? Mi ami? insisteva, mentre allungando una gamba inarcava un piede verso di me. Mi interrogavo sul significato dell’amore. «Una mucca ferma in mezzo a un prato, in primavera, e il toro che si alza sulle zampe posteriori per montarla» avevo letto una volta, ma quella definizione non mi convinceva affatto. C’era un sentimento confuso di colpa e mistero di assuefazione all’istinto ma anche un sentimento di affidamento materno; ancora una volta il linguaggio mi stava mettendo in difficoltà.

Da fuori proveniva un forte rumore di colpi su lamiera. Mi accorsi che una macchia di sperma mi aveva macchiato i pantaloni e lei rise quando notò il mio imbarazzo. Nel ridere, alzò le spalle e inarcò il petto facendo diventare i suoi seni ancora più piccoli.

Sai, io vedo mio fratello in tutti i ragazzi, mi fece sapere. Hai solo sorelle, le dissi. Infatti, parlo del fratello che non ho mai avuto, che mio padre e mia madre volevano a tutti i costi, chiarì, e che l’ha fatta morire durante il parto.

M’infilai la camicia che avevo appeso al pomello della porta senza nemmeno averla sbottonata. Lei si alzò, si rimise il vestito e andò in cucina. Le mutandine erano finite vicino a un vecchio mobile al quale mancava un piede. Tornò con una metà di limone appena affettata, si abbassò, prese le mutandine e me le tirò. Sono per te, è un souvenir. Le chiusi stringendole nella mano destra ed uscii.  Mentre attraversavo il cortile , sentì ancora i colpi del martello e superato il cancello la intravidi appoggiata all’uscio della porta come se tutto le fosse stato indifferente.

Nascosi le mutandine in un piccolo scaffale dietro a due volumi del Don Chisciotte, a una rilegatura illustrata della Divina Commedia, a un’edizione scolastica dei Lusiadi e a un grosso libro sul cui dorso c’era scritto Bibbia Pastorale. Visto il titolo, per molto tempo ho pensato che in quel libro si parlasse di pecore e agnelli.

XVII

 

Frege, nome di battesimo Friederich, dev’essersi meravigliato del potere del linguaggio che, con poche sillabe, articolate o meno in fonemi, riesce ad esprimere pensieri semplici e complessi, sentimenti, stati d’animo, paradossi mentali. Frege, che visse in Germania e morì negli anni venti del secolo scorso- e che quindi assistette all’apocalisse della prima Guerra Mondiale con il suo carico di dolore e morte- aveva immaginato un linguaggio universale libero da soggettivismi, spoglio di connotazioni e sfumature culturali; un linguaggio di pace che ci avrebbe permesso di comprenderci a vicenda ad ogni parola pronunciata. In realtà il problema di fondo era ancora il mito di Babele, l’imperscrutabile città che conduce gli uomini alla pazzia perché non in grado di capirsi tra di loro nelle tante diverse lingue.

Quando diciamo cane, sappiamo di che cosa stiamo parlando, ovvero di quell’ animale domestico a  quattro zampe con coda e musetto; ma quando usiamo la parola cane rivolti a qualcuno, non stiamo più parlando dell’animale nella sua forma fisica ma di un insieme di qualità con accezione negativa, al contrario dell’animale che, come sappiamo, è ricco di virtù. In China dare del topo a qualcuno è un complimento, in altre culture, come ad esempio la nostra, è invece un insulto. Ad ogni modo le parole cane e topo hanno una sonorità forte e sgradevole a differenza delle parole stella, luce, gatto, alba, amore.

Döblin, autore di Berlino Alexanderplatz, scrisse che la lingua ci permette di capire perché tendiamo a raggrupparci. «Siamo in grado di fare quasi tutto da soli» diceva, «ma abbiamo bisogno degli altri per parlare e per avere un riscontro di ciò che diciamo». Esistono parole in tedesco che inserite nel contesto dell’olocausto diventano parole di dolore e di morte; ancora oggi fanno rabbrividire  molte delle sue vittime. Si, perché anche le parole fanno le loro vittime.

Non sono sicuro che un linguaggio fregeniano mi sarebbe stato d’aiuto per descrivervi ciò che mi passava per la testa e di come si era creato un garbuglio di sensazioni nel mio già tormentato spirito.  Magari avessi potuto parlare con Américo, o con Neca, o con il ragazzo con il foulard al collo! Ho sempre creduto in queste formule semplici del tipo- se ne parla e punto- ossia ci si lava l’anima nelle esperienze e nei sentimenti degli uni e degli altri e senza nemmeno scambiarsi uno sguardo, ci ritroviamo come in un confessionale o sul divano dello psicanalista e il gioco è fatto: siamo tutti peccatori e psicanalizzati. Certo, non mi restava che parlare con Amadeu, con le sue tesi giudaico-cristiane, cariche di peccato, di colpa e di determinismo mortale. Senza accorgersene, Amadeu mi concepiva come un esemplare  destinato alla morte, uno sciocco con incollata addosso l’immagine della donna con la falce, questa figura spartana fatta solo di scheletro, capace di mozzarci i corpi e le anime in qualsiasi momento, anche se ci inchiodassimo alla croce e ammettessimo di aver violato tutti i comandamenti.

Feci uno schema sul quadernino, un itinerario costellato di parole sparse che poi univo tra loro per capire se avessero un senso nel dolore che avrei potuto provare. Annotai frasi, ritagliai disegni e immagini di riviste e giornali, incollai qualche filo estratto dalle mutandine della ragazza dei limoni, insomma, un ammasso di cose capaci di illustrare i diversi stati d’animo in cui mi potessi rivedere in futuro. Ogni foglio era un caos, un miscuglio di esplosione dei sensi; ma in fondo, mi mancava solo dare un senso a tutto ciò. In una pagina avevo incollato una foto di un fiumiciattolo che scorreva sinuoso tra gli argini, scavalcando pietre e tronchi d’albero, trascinando via foglie autunnali- e questa foto era l’unica in grado di tranquillizzarmi. Nei momenti tristi non vedevo più il fiumiciattolo davanti a me bensì un acquario tondo dentro il quale due pesciolini rossi nuotavano in cerchio finché non impazzivano e si mettevano a galleggiare a pancia in su.

 Sembravo il protagonista de Il Giovane Holden, il cui titolo originale in inglese s’ispirava a una poesia di Robert Burns: The Catcher in The Rye. Nel romanzo, un tale Holden Caulfield, viene espulso dall’università dopo essere stato bocciato e non ha il coraggio di tornare a casa. Giorni e giorni vaga per vari luoghi affrontando la solitudine e l’indifferenza del mondo, si scontra e si confronta con persone che odia, una dopo l’altra, fino a provare un immenso astio per l’umanità intera. Leggiamo e sentiamo che il ragazzo cresce, ma cresce male. Non gli resta che una sorella, sinonimo di ingenuità e purezza, e finiscono entrambi, lei su un carosello e lui che la guarda divertirsi pensando «Oh, mio Dio, come mi piacerebbe essere lì con lei».

Mentre lo leggevo la solitudine di Holden Claulfield mi dava conforto, ma dopotutto ero io ad essere solo: per me non c’era più un’infanzia a cui poter far ritorno, non avevo nessuna sorella che mi potesse trasportare in questo mondo magico in cui si crede ancora a tutto.

Mi capitava spesso di immaginarmi davanti alla ragazza dei limoni con una macchia di sperma sui pantaloni, segno del passeggio ad un’altra età che io non volevo raggiungere e lei che mi guarda con quel sorriso malizioso mentre mi allunga il piede inarcato come se facesse un numero acrobatico da circo davanti ai miei occhi meravigliati.

 Su richiesta di São, andai a casa della signora Vitória per portarle un fascetto di foglie di citronella e la donna mi guardò in modo diverso; sentì per un istante, i suoi occhi fissi nei miei. Mi chiese se mi sentissi male, se avvertissi alcun dolore; le dissi No, solo delle cose, e allora lei replicò cose? e io risposi cose da uomini. Quella volta la signora Vitória non mi diede delle monete per comprare dolciumi e mi chiese se potevo tornare il giorno dopo per aiutarla a spostare un mobile. Le risposi di si e diversamente dal solito, invece di entrare, me ne andai.

XVIII

 

Quel pomeriggio, uscendo dallo scasso, avrei dovuto arrampicarmi sull’albero e abbandonarmi tra la pace dei rami e delle foglie. Guardai il tronco, i rami e la cima in alto, ma non fui capace di salire. L’albero mi sembrava adesso troppo grande, come una fortezza dalle mura troppo alte per un guerriero minuscolo. Dall’altra parte della strada, accanto al marciapiede, vidi Aninhas e Américo che parlavano e ridevano a voce alta. Lui aveva una giacchetta di pelle nera con la zip e dei pantaloni attillati.

Quando arrivai a casa ero indeciso se prendere la Bibbia Pastorale o la Divina Commedia, due dei volumi che nascondevano l’indumento intimo della ragazza dei limoni. Alla fine optai per il secondo. Nel primo canto dell’Inferno, Dante dice di essersi ritrovato in una «selva oscura» nel mezzo del cammin di sua vita poiché aveva smarrito la giusta direzione. Ed era così che mi sentivo io. Forse sarebbe stato meglio prendere la storia del prode cavaliere della Mancia  e del suo fedele scudiero che tanto mi faceva ridere. Ma era lì, nell’opera del fiorentino, che si trovava la miglior descrizione di ciò che stava accadendo dentro di me: «Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche». Uno scenario al quale si aggiungeva un tumulto di mani che battevano e la sabbia che si sollevava in tempesta; insomma, mi trovavo all’inferno.

Il giorno dopo andai a casa della signora Vitória per aiutarla a spostare il mobile. Mi ricevette con un ampio sorriso e mi disse che da tempo aspettava che il marito spostasse quell’armadio, ma non rimaneva mai in casa il tempo sufficiente per aiutarla a farlo. A quell’epoca il marito stava lavorando al completamento della linea ferroviaria aggiungendo ancora traversine e binari per allungare le rotaie. Accorciava le distanze tra mondi diversi ma, sorprendentemente, era sempre più lontano da casa sua.

Non era un compito difficile spostare il mobile dall’altra parte della sala, ma avevo portato un carrellino in acciaio che usavo allo scasso per trasportare i materiali più pesanti. La mia paura era che il mobile, con i suoi sportelli e cassetti, si rompesse tutto durante lo spostamento poiché già non si trovava in buono stato. Ha più di cento anni disse la signora Vitória e aggiunse, il doppio della mia età, poveraccio. Pensai che la signora Vitória con i suoi cinquant’anni fosse ancora una bella donna; aveva i denti bianchi e un collo alto e distinto nonostante fosse di bassa statura. Aveva degli occhiali che al tempo andavano di moda tra le ragazze e che le davano un’aria più giovanile. Quel giorno indossava una gonna verde che le scendeva quattro dita al di sopra delle ginocchia e una camicetta dello stesso colore il cui tessuto lasciava intravedere al di sotto due seni rotondi e voluminosi che tra i ragazzi del quartiere erano il tratto distintivo della moglie del ferroviere. Le tette della signora Vitória avevano un impatto di gran lunga superiore a quello che lei stessa poteva immaginare quando si permetteva delle scollature più audaci.

Messo il mobile al suo posto, la signora Vitória mi offrì, con mio gran stupore, una birra e un panino  che ricompensassero lo sforzo e il sudore. Sei un uomo ormai, andrà bene una birretta fresca, mi disse. Parlammo del suo defunto ospite, quel povero ragazzo così felice nella sua NSU e invece così infelice nell’anima per chissà quale motivo. Mi confidò che Neca aveva ucciso un cecchino nemico a colpi di raffica di G3 e solo dopo, avvicinatosi al corpo senza vita, si era reso conto di aver ucciso un ragazzino di tredici o quattordici anni. La cosa lo aveva devastato, diceva la signora Vitória; non dormiva, beveva birre tutto il santo giorno, piangeva sempre, si chiudeva in camera. Povero Neca, così giovane, mi disse, seduta al mio fianco intorno al tavolo della cucina e poi mi chiese se volevo un’altra birra appoggiando la mano sulla mia gamba.  Si, perché no, se la comune tristezza che provavamo per il povero Neca aveva preso il sopravvento? Bevvi dalla bottiglia e lei mi chiese di fare qualche sorso, così, con il mio assenso avvicinò più volte il collo della bottiglia alla bocca. Ci scambiammo la bottiglia come due  adulti e già ridevamo delle storie di questo o di quel vicino o di ciò che succedeva in strada. La panca ritrasse la gonna della signora Vitória e le sue gambe si scoprirono. Non mi sottrassi a quella visione. Non capiamo mai come si fa ad aprire una porta ma ci rendiamo conto di averla attraversata solo quando siamo già dall’altra parte, perciò non chiedetemi come cominciai a baciare in bocca la signora Vitória e ad accarezzarle i seni con una mano mentre l’altra già si perdeva nel sentiero che la sua gonna lasciava percorrere.  La bottiglia di birra rotolò sul tavolo e cadde sul pavimento, ma non si ruppe. Aveva la camicetta aperta e il reggiseno slacciato, la gonna avvolta intorno alla cintura e il corpo disteso sul tavolo della cucina. Così mi dimenticai delle fantasticherie sull’amore e del limbo nel quale vagava persa la mia anima. Dio sa quanto approfittai della sua carne nuda fino a sentirmi svenire e rimanere leggero, come se planassi, come l’aquilone che facevo volare da bambino; volteggiava in un balletto acceso contro un cielo terso, azzurrissimo, facendo piroette con la sua coda colorata fatta di cerchi intrecciati, incollati con un impasto di farina e acqua, in un misto di carta velina e carta da collage. Così era l’ardente passione carnale che ci unì in quel caldo pomeriggio di maggio, in uno scambio di sudore e saliva, di odori e di fluidi penetrabili come la sabbia in tempesta dell’inferno dantesco, ma stavolta senza dolore e sofferenza, solo grida di piacere e inconfessabili parole che, per riserbo, evito di rivelare.

Testo originale:

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