Chiara Nobile: traduzione da Os Olhos de Tirésias di Cristina Drios (Alfragide, Teorema, 2013)

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Os Olhos de Tirésias, Cristina Drios

A cura di Chiara Nobile

 

 

Cristina Drios nasce a Lisbona nel 1969. Il suo libro d’esordio Histórias Indianas vince nel 2012 il premio letterario Cadernos do Campo Alegre del Comune di Porto. Nello stesso anno Os Olhos de Tirésias, il suo primo romanzo, è stato finalista del prestigioso Premio LeYa.

 

Os Olhos de Tirésias [Gli occhi di Tiresia] racconta la storia di Mateus Mateus, soldato portoghese che durante la Prima Guerra Mondiale prese parte al Corpo di Spedizione Portoghese, inviato nelle Fiandre per appoggiare gli alleati inglesi. La narrazione è affidata alla nipote di Mateus, la quale, ritrovando un ritratto del nonno, decide di indagare sul suo passato da sempre tenuto nascosto. Parte in visita alla proprietà La Peylouse, allora sede dello Stato Maggiore portoghese nel 1917 e 1918. Qui conosce Cyril, un architetto che la aiuterà nelle sue ricerche.

Da un piccolo villaggio sperduto in montagna nel retroterra profondo del Portogallo alle trincee mortali nelle Fiandre, tragico crocevia di uomini da ogni nazione, la storia di Mateus si sviluppa seguendo i fatti storici della guerra e ripercorrendo la sua infanzia. Mateus incontra in guerra Alvin Martin, un inglese albino dalle capacità premonitorie, Hugo Metz, medico tedesco seguace della psicologia freudiana, Émile Lebecq, piccolo orfano ladruncolo e illusionista e soprattutto l’infermiera francese Georgette Six, che lo farà uscire dal suo “cerchio nero”.

Parallelamente, la narratrice racconta il suo presente, la sua vita a Lisbona e il suo incontro con Cyril, fondamentale per mettere insieme le tessere mancanti del mosaico, della vita di Mateus ma anche della propria. Questo incontro sentimentale segnerà la vita di lei così come l’incontro con Georgette sarà determinante per Mateus, prima di allora persona completamente anaffettiva. Il viaggio nelle Fiandre sarà l’occasione per una nipote di tornare sui passi del nonno. Tuttavia, nulla è quel che sembra e il lettore scoprirà il confine labile tra realtà e finzione.

Il romanzo Os Olhos de Tirésias è caratterizzato da fatti realmente accaduti e descrizioni che sono il frutto di documentazione e ricerca da parte della scrittrice. Nonostante ciò, questo libro non è da considerarsi un romanzo storico: la trama infatti si sviluppa in un intreccio di realtà e finzione, presente e passato. La natura fa da collante tra luoghi idilliaci e terreni di guerra, ma anche tra il passato di Mateus e il presente della narratrice.

Come si evince dal titolo del romanzo la vista è il senso prediletto. Dalla vista si passa alle visioni: premonizioni, parole di un profeta e addirittura la cecità isterica di un certo Adolf creeranno un potente campo semantico che renderà inscindibile reale e immaginario. L’originalità e la bravura della scrittrice stanno nell’aver affrontato un tema storico e di grande attualità nel centenario della Prima Guerra Mondiale, rivisitandola attraverso uno strumento di indagine efficace quale è il romanzo, in grado di far da ponte tra presente e passato, ma anche da legame affettivo tra nonno e nipote. Questa dualità tra passato storico e passato familiare è un invito al lettore a ricordare la Grande Guerra, non solo come uno dei più tragici capitoli della Storia contemporanea, ma come una pagina genuina della vita dell’umanità, nella quale noi tutti volenti o nolenti ci riconosciamo.

 

Traduzione

 

Gli occhi di Tiresia – Cristina Drios
Traduzione di Chiara Nobile

 

CAPITOLO 1

 

All’età di diciassette anni mi arruolai nel Corpo di Spedizione Portoghese. Nonostante da bambino e da adolescente mi fossero giunti dei segnali di cui ignoravo il significato, all’epoca avevo già compreso di essere diverso dagli altri ragazzi, diverso da tutte le altre persone.

L’evidente crudeltà di questo fatto diveniva ogni giorno più innegabile: per questo motivo l’arruolamento aveva lo stesso sapore che ha la notizia d’indulto per un condannato. Per non destar sospetti, imparai a impersonare una sorta di soggetto di opera buffa dal corpo massiccio e spigoloso, quello mio, e mosso da sentimenti presi in prestito, un pastiche di persone che incrociai. Un personaggio dentro l’altro – e ve lo assicuro, non c’è niente di più terribile.

In un giardino, di fronte al mare, vi è in primavera un fico dai fiori bianchi come nuvole i cui frutti maturi, lacrimosi e appiccicosi, in estate somigliano a uccelli verdi dal cui becco scorre del miele. Poco prima della falesia, si distende una fila bassa di fichi d’india: sotto la canicola i suoi frutti spiccano come polposi ricci di mare arancioni. Quando non mi occupo del giardino, poso la mia pala lucida, nuova di zecca, mi siedo su una panchina e sospiro all’ombra di quest’albero splendido, che produce nuvolette e grappoli di uccelli e mordo uno spicchio d’arancia. A volte recito una bella poesia, lunga come il volo migratorio delle cicogne. Mio figlio Oscar, impettito nei suoi tre anni e attaccato al suo tamburo di latta, non mostra alcun interesse per tutto ciò. Ciononostante, cerco di fargli ripetere assieme a me la poesia, piano piano: insieme accarezziamo ogni parola, ogni verso, ogni strofa e all’unisono richiamiamo l’albatros che plana lontano sul mare, anch’esso blu acciaio. Questa è la nostra isola.

Mi piacerebbe poter dire che fu lì, in quel giardino sul mare, dopo tutto quello che accadde, tutto quello che è stato detto sul mio vissuto – che a malapena ritengo avermi sfiorato come una folata di vento tra le foglie, strappando dai rami quelle nuvole e uccelli – fu lì, dicevo, che mi spogliai delle vesti di quel personaggio, di quell’impostore che sono stato.

Sarebbe senza dubbio un bel finale per la mia storia; purtroppo non è altro che un’invenzione, un nuovo inganno. Niente di quello che è accaduto potrebbe avere avuto un simile epilogo, tanto sereno, quasi serafico, sotto un grande fico, di fronte a un’immensità azzurra, giocando con mio figlio, assaporando un’arancia e recitando poesie. La nostra isola immaginaria è un luogo che raggiungerò solo dopo il naufragio e la morte.

Nella vita che mi ha abbandonato, che io ho abbandonato, ho cercato di diventare uguale agli altri, sempre solitario nell’affrontare la mia diversità, vedendo solo io il riflesso allo specchio di quel giullare che si presentava ai più con il tintinnio del cappello a sonagli. Queste parole potranno suonarvi, come quei fiori-nuvole, fichi-passeri, un po’ enigmatiche: tuttavia ogni esistenza racchiude il suo enigma ed è di per sé un mistero indecifrabile – e poiché una vita, per quanto sia lunga, non arriverà a svelarlo, lo porteremo inesorabilmente con noi nella tomba.

Nelle Fiandre non vi erano né fichi né uccelli verdi. Dalla mitraglia saltavano in aria come avvoltoi colpi di artiglieria che dilaniavano e trucidavano, il gas mostarda come la piaga biblica delle cavallette e quello che noi impersonavamo, la fame, la paura, l’oscurità di ogni notte, il fango. Molte vite portarono con sé l’enigma nella tomba. Dopo le fosse, le croci e le numerose tombe, ancora croci, alcune in legno, altre in ferro. In quel tempo, imbracciando una pala arrugginita e ossidata all’estremità, ero scavatore di fosse e trincee e all’occorrenza, quindi spesso, sapendo far buon uso della mia vecchia zappa, ero anche barelliere e becchino. Allo stesso tempo ero anche soldato e svolgevo altre mansioni, sempre segrete. Come un segugio, come una volta nel mio villaggio sulle montagne di Beira, potevo trovare chi si smarriva tra i monti e le valli, i deceduti in combattimento, i disertori, i caduti tra le trincee nella terra di nessuno, in questa landa sconosciuta sotto una nebbia di gelo e scintille. Sotto la mia divisa, sotto la mia pelle, sempre un arlecchino, un imbroglione, un pagliaccio.

Da entrambi i lati delle trincee la chiamavano chiaroveggenza. Mi meravigliava, dal momento che vivevo in un’oscurità labirintica, con le sole gambe e braccia fuori dal cerchio nero poiché troppo lunghe. All’inizio, tuttavia, come in una fonte battesimale, ero semplicemente Mateus; poi tornai a esserlo, ma diverso. Infine persi la chiaroveggenza o, chissà, avevo solo finto di perderla. Ma diversamente da quanto immaginassi, la pace non la trovai all’ombra di un fico dai fiori bianchi come nuvole in primavera e dai fichi maturi come uccelli verdi in estate. E nemmeno raccolsi deliziosi fichi d’india dal color arancio e carnosi come ricci di mare ai margini di una scogliera, con lo sguardo rivolto a un albatros in volo. Però l’amore l’ho finalmente incontrato: l’ho incontrato e l’ho riconosciuto in un volto, nel volto di Georgette. Non so se questo mi abbia salvato, so soltanto che incontrandolo e riconoscendolo si è strappato per sempre quello strato inviolabile di sentimenti imprigionati e da questo caos nacque un nuovo Mateus. Di sicuro l’amore non lo ritrovai in altri volti: per questo aveva sempre lo stesso nome e gli stessi lineamenti anche quando, cercandolo, abbracciavo altre donne.

La verità è che sono appena morto. Mi diranno che i morti non possono ricordare ma, come ho già detto, io ero diverso e, poiché sono morto, posso raccontare la mia storia, a differenza di coloro ai quali la morte ha messo a tacere per sempre l’enigma della loro esistenza.

La mia storia si conclude con un fico, sia pure immaginario, e anche con un fico inizia. Ce n’era uno nel cortile della mia casa in pietra, nel mio villaggio. Era un fico rachitico, dai rami corti spiegazzati sotto l’ululato dei lupi e sotto un cielo plumbeo, sempre basso e feroce. In inverno perdeva tutte le foglie, affrontando spoglio il clima rigido, come avrei fatto io, al sorgere e al calare del sole, per giorni e mesi di fila, seppellito vivo in una trincea.

Per molti inverni resistette lassù in montagna, come io sopravvissi laggiù all’inverno più solitario. Salì per l’ultima volta la montagna per dare sepoltura alla mia povera mamma e affidare ad alcune zie mia sorella – una piccola creatura fragile e sconosciuta. Lo guardai con stupore: il tronco si era fatto grande, forte come un orco, le cui radici sollevavano il lastricato del cortile. Aveva invaso il pergolato, avvinghiandolo, intrecciando i suoi rami con le viti di uva fragola. Era cresciuto. Si proiettava maestoso sulla parete di scisto nero della casa. Era diventato possente forse come il fico del mio giardino immaginario sul mare.

Nemmeno in cima alla montagna, come dicevano gli anziani, i fichi avevano la punta e mio padre ed io li mangiavamo appena raccolti, dolcissimi seppur rinsecchiti. Là non vidi mai uccelli verdi. Ero anch’io, come questo povero albero, una fortezza, cui è mancato però vivere una parte di vita, sempre stretto nelle vesti di un buffone, una persona con la sua maschera greca che dicevano chiamarsi Mateus Mateus. Questa fu la mia tragedia inesorabile. Ora che Mateus Mateus è morto posso finalmente parlare.

Potrei raccontare la mia storia nei dettagli e seguendo la cronologia degli eventi ma rischierei di essere noioso e, oltretutto, non mi resta molto tempo. Ora il mio corpo, questo fardello lungo e sgraziato che ho trascinato ovunque, sotto la pelle di una persona normale e mutevole come un serpente, giace disteso nel fango. Tra poco verranno a cercarlo.

Le dita della mano destra sfiorano la mia cara Lewis distesa a terra senza colpo in canna. La punta della baionetta si è spezzata, è rimasta conficcata nel corpo caduto alla mia sinistra, a pochi passi dal mio, il corpo del nemico. Una bomba a mano è scoppiata all’ultimo, scaraventando entrambi a terra. Siamo uno accanto all’altro: lo stivale dell’uno punta il naso dell’altro. Più in là altri caduti, già corrosi dall’abbandono e dai vermi, combattenti della Triplice Intesa e Triplice Alleanza, come noi, uniti infine nello stesso rantolo. La morte, la democratica morte che distribuisce in modo equo lo stesso numero di mosche carnarie.

Al di sopra di me il cielo abbraccia il mondo, un cielo disfatto dal pianto che minaccia di crollare da un momento all’altro. Non mi resta che aspettare. Arriveranno portaferiti e becchini per i crucchi o per quello che ne rimane di loro e scaveranno una buca anche per me, come tante di quelle che io feci proprio lì, nella terra di nessuno tra le trincee.

Sulla croce di legno si leggerà «Hier liegt ein tapferer Portugiesisch» e in un futuro non molto lontano i bambini, tamburellando come mio figlio putativo Oscar, marceranno per questi campi, calpestando i papaveri con dei frivoli tacchi di anfibi. Sopra la calce delle tombe fioriranno comunque papaveri in abbondanza già nella prossima primavera, i gambi smossi dalla brezza e i petali dal colore del sangue versato. Se sarò fortunato può darsi che queste ossa, di nuovo allineate come in una parata militare, finiranno un giorno nel cimitero che sarà eretto nei pressi di Richebourg – in una striscia di terra regalata perché il Portogallo possa chiamarla sua.

Devo raccontare la mia storia velocemente dato che tutto questo avrà un epilogo a breve. La guerra detta la Grande, parola paradossalmente piccola per racchiudere tutto l’orrore, è finita oggi, 11 novembre 1918, su un vagone fermo come questa vecchia Europa, lungo la ferrovia tra due stazioni abbandonate: più avanti spuntano le case scoperchiate di un paesino chiamato Rethondes. Anche l’avvenire è già un presagio di rovina, un trattino tra due grandi guerre.

Ovunque si moltiplicano le celebrazioni per l’armistizio, dai paesi di Beira a quelli della Normandia, da Lisbona a Parigi. Botti, balli, persone che una volta si ignoravano e ora ballano insieme come pane e chourizo, bevono cedrata o vino pregiato e nel mio villaggio vinello e zuppa di castagne pestate. Le campane rintoccano senza sosta in un’orgia incontenibile per poi risuonare a morto per chi la febbre spagnola ha portato via. La morte non è mai sazia e si adopera anche nel pieno della felicità, raccogliendo i fiori mancanti per il suo bouquet.

Sul fronte si sentono fischiare le ultime pallottole alle 10:59 di questo giorno undici. Alle ore undici, del giorno undici, del mese undici il mondo può finalmente sedersi sul ciglio della strada e, seppur disfatto, tirare un sospiro di sollievo. La guerra è finita, la bestia serra le sue fauci.

Ricordo bene quando dalle linee inglesi fino alle nostre si sparse la notizia: Costantinopoli è stata presa e la guerra è finita. Per giorni gridavamo all’unisono e ad alta voce, cercando di far giungere la notizia dall’altro lato della terra di nessuno. Imparammo persino a dirlo in tedesco per non rischiare di non essere capiti. Ci credevamo, volevamo crederci. Questa voce di vittoria, tentativo di scoraggiare il nemico, vinse poco a poco chi la pronunciava. Se davvero Costantinopoli fosse stata presa e la guerra fosse finita, ci troveremmo ancora qui a gridarlo? Finimmo per avvelenarci da soli. Costantinopoli non fu presa né in quel giorno e nemmeno nei mesi seguenti. La guerra non sarebbe terminata così presto. Uno scorpione che si punge da solo è la frase, rovesciata nel proprio significato, che ci è rimasta di questo episodio. Ieri, finalmente, Costantinopoli è caduta.

Ciononostante, ancora dopo la firma dell’armistizio intorno alle cinque e mezza di questa mattina, i nemici hanno continuato ad uccidersi fino alle ore undici (del giorno undici, mese undici) perché la guerra è una belva, un animale implacabile, assetato di sangue e così impetuoso da divorare le sue stesse viscere. Per tutta la mattina, anche dopo la firma della tregua, caddero ancora centinaia di uomini nei due schieramenti. Sul confine alleato, l’ultimo morto fu ufficialmente registrato alle 10:59, un minuto prima del cessate il fuoco. Tuttavia, percorrendo i cimiteri militari delle due coalizioni, non troveremo un solo decesso nel giorno undici. La vergogna impose di falsificare la data di morte sulle tombe degli ultimi caduti, di regola al giorno precedente. L’ultimo decesso ufficiale di questa guerra non fu veramente l’ultimo, non lo è mai – e devo confessarvi che io, Mateus Mateus, ne sono il colpevole. Non voglio però arrivare alla fine della mia storia. Prima racconterò come sono andate le cose o, perlomeno, cercherò di farlo il più fedelmente possibile, poiché a volte la memoria mi tradisce.

Arrivai a Lisbona una mattina di gennaio del 1917 – avevo appena compiuto diciotto anni ed ero il primo di leva nel Corpo di Spedizione Portoghese – dopo un periodo di addestramento a Tancos, dopo aver sfilato nella parata di Montalvo e in attesa poi dell’ordine di marcia su una delle navi inglesi ancorate sul fiume Tejo: ero solo un puntino tra ventimila uomini. In quei giorni la città era sempre spenta, con uno spiraglio di luce tra il grigiore delle nuvole sopra il caseggiato.

Dopo un’attesa snervante la mia nave si preparò a salpare tra baci, abbracci e lacrime, che volteggiavano come gabbiani sul molo degli addii. Una ragazza bruna dai capelli raccolti sotto un foulard si congedava da un soldato piuttosto giovane. L’ho immaginata che salutava anche me, sventolando il fazzoletto in aria, con mani e parole nostalgiche, le lacrime che bagnavano il suo viso, il corpo in estasi e cercavo di provare qualcosa dentro di me. Nulla. Era solo un fazzolettino in aria, lacrime che non erano le mie né tantomeno la ragazza e neanche la luce di quel cielo o il volo in picchiata dei gabbiani o l’ordine di salpare. L’ancora fu issata, le funi stridettero e la nave strepitò, tirando come un sospiro di sollievo. L’equipaggio accorse attento, ognuno impegnato nella propria fatica mentre il molo, la banchina e la gente si facevano sempre più piccoli in lontananza. Niente di tutto questo mi apparteneva, nulla in assoluto penetrava il cerchio nero. Rimasi a lungo affacciato alla murata della nave fino a che non persi di vista il fazzoletto, la ragazza e il molo degli addii; fino a che non si udì più lo stridere dei gabbiani, pungente come una pioggia di lame, fino a che la linea costiera non si dissolse e l’orizzonte non si chiuse in un’immensa circonferenza azzurra su cui procedeva deciso quel piccolo puntino che era la nave da cui mi sporgevo, appoggiato alla murata, protetto dentro il mio inesorabile cerchio nero. Se mi fossi guardato allo specchio in quel momento, avrei visto emergere due occhi senz’anima, due tratti blu di Prussia che sbattevano come ali di cornacchia, come un morto.

Tra incarichi di routine e attesa asfissiante trascorsi tre giorni di viaggio nella camerata di stiva, tranne durante i pasti e durante l’ora di parata sul ponte. Sdraiato in cuccetta, con la testa sul cuscino deformato da chi era già stato lì prima di me, facendo girare tra le dita un’arancia, fissavo all’insù le assi del letto e seguivo il percorso delle cimici, ricordando il piccolo fazzoletto per aria.

Come una sorta di prova generale cercai di immaginare i sentimenti di colui che era stato lì prima. La mia immaginazione però era ancora poco allenata e non andò molto lontano: mi limitai a pensare dove potesse essere e dove fosse diretto, se con nostalgia di casa, della famiglia, della madre, di un fazzoletto agitato, se si fosse pentito, se avesse sofferto e, impaurito, fosse infine riuscito a prendere sonno, sognando e sprofondando, come me, la testa in questo cuscino.

Più tardi, il viso di quella ragazza bruna fragile ma determinata, sulla banchina degli addii, si sarebbe perso per sempre, i suoi lineamenti svaniti nell’oblio mentre il tempo avrebbe scolpito in esso il volto di Georgette. Per quanto vi possa sembrare strano, questo finto ricordo divenne uno tra i miei più cari.

Testo originale:

PRIMEIRO CAPITULO Os Olhos de Tiresias