Barbara Pavetto: traduzione da Casa Belzer di Matei Cocimarov (Bucureşti, Tritonic, 2013)

Matei Cocimarov, Casa Belzer - copertinaCasa Belzer, Matei Cocimarov

A cura di Barbara Pavetto

 

Matei Cocimarov, nato a Bucarest nel 1952, vive e lavora in Svizzera. Casa Belzer è il suo esordio letterario, frutto – come si afferma nella breve nota biografica che precede il romanzo – delle insistenze di un gruppetto di amici che, affascinati dalle storie e dagli ambienti evocati dall’autore nel corso delle loro chiacchierate, hanno premuto affinché Cocimarov trasferisse il tutto su carta stampata.

Vincitore del premio dell’Unione degli Scrittori di Romania per il miglior romanzo d’esordio del 2013, Casa Belzer introduce una nota poliziesca nel romanzo d’evocazione storica, incantando il lettore con nostalgiche descrizioni della Bucarest interbellica e tenendolo con il fiato sospeso grazie ai colpi di scena che si susseguono nei capitoli ambientati ai giorni nostri. L’azione si svolge tra Bucarest, Iași, la Transilvania, Parigi e le grandi case d’asta delle capitali europee. Il protagonista, Petre Mărgiran, cerca con l’aiuto di alcuni amici di sciogliere il groviglio di incognite che avvolge gli spostamenti e le vicende di un’opera d’arte di grande valore che, dopo essere stata al centro di vari traffici, sta per essere messa all’asta. A movimentare le cose si aggiunge la scoperta che l’opera (un busto femminile in bronzo) pare non essere un pezzo unico, e il fatto che accanto al filone principale l’autore dipana anche altri percorsi narrativi. La narrazione si muove tra XIX secolo, periodo interbellico e presente seguendo le vicende dei protagonisti principali, accanto ai quali l’autore delineano con concisa finezza vari intriganti personaggi minori.

Evidentemente appassionato d’arte e di artigianato di alta qualità, Cocimarov si cimenta in descrizioni puntuali e precise dei processi produttivi e creativi o delle materie prime, così come dei meccanismi che regolano la vendita e il traffico di opere d’arte, accompagnando il lettore nell’esplorazione di una realtà per molti versi inedita e poco frequentata. Particolarmente gradevoli sono i capitoli che accompagnano il lettore nel mondo degli artigiani sassoni di Transilvania, i quali ritraggono la minuta realtà di questa minoranza che da secoli tramanda di padre in figlio mestieri artigianali ormai quasi scomparsi, e interessanti i brevi passaggi che descrivono i conflitti di interessi tra le parrocchie romeno-ortodosse di Parigi, i quali fanno luce su alcuni aspetti dell’emigrazione romena attuale che spesso non destano grande attenzione all’esterno della comunità stessa.

La scrittura fluida, il linguaggio contemporaneo ma arricchito di preziosismi estetici, i capitoli ben dosati rendono la lettura di Casa Belzer intensa ma scorrevole.

 

Traduzione

di Barbara PavettoPavetto - foto

 

 

Mărgiran se ne stava spaparanzato sul divanetto del suo sorprendente appartamento. Tipo in genere apatico, si trovava sul punto di balzare in piedi come quando era bambino, pronto a lanciarsi in qualche monelleria oltre lo steccato di qualche vicino e, perché no, a scolarsi tutto da solo una bottiglia di amaro, tirando anche un paio di boccate da un cigarillo. Proprio lui, che praticamente non fumava e beveva soltanto quando le circostanze lo richiedevano, accontentandosi di vini mediocri.

Mentre rifletteva sul da farsi, si carezzò distrattamente la guancia con il fax ricevuto mezz’ora prima.

Un boato sommesso, foriero di scandali, proveniva dal mondo vellutato delle grandi case d’aste. Un pezzo raro, conosciuto e ambito da collezionisti tanto discreti quanto abbienti, sarebbe stato messo in vendita a breve, ma sull’eventuale transazione aleggiava un bemolle panciuto. Un grande studio di avvocati di una grande capitale del commercio d’arte era in possesso di un mandato confidenziale che gli avrebbe permesso di vanificare la vendita. Le ragioni, ovviamente, erano complesse.

Erano passati otto mesi da quando il suo caso era stato archiviato. Aveva trascorso due anni a indagare la questione. A dire il vero, inizialmente non lo si poteva nemmeno definire caso. Si trattava solamente di qualche informazione che gli era giunta all’orecchio per vie tortuose, a confermargli una vecchia intuizione. E ora, per puro caso, aveva scoperto che il suo desiderio, per il quale tanto aveva smaniato e lottato, stava per realizzarsi senza di lui.

Assaporava la vittoria in contumacia, e al tempo stesso aveva voglia di rituffarsi in mezzo alla polvere del campo di battaglia, di menare e incassare colpi. Ancora una volta sentiva nelle narici la puzza dello zolfo. Questa volta non aveva alcuna intenzione di arrendersi senza lottare.

Per un attimo cercò di immaginarsi come si potesse essere arrivati a quel punto.  Il fatto che lui fosse stato escluso proprio quando le cose si stavano facendo interessanti era ormai secondario.

Gli spasmi delle mani, che prima stringevano le ginocchia e poi scivolavano tra i capelli, scompigliandoli, tradivano la sua impazienza.

Mărgiran uscì in fretta e si diresse verso Casa Belzer. Voleva scoprire quanto ne sapesse Erik. Non lo vedeva da una settimana.

Lo trovò nel cortile interno, mentre si sforzava di fare un po’ d’ordine tra le lastre di gesso, i busti e le tavole accatastate sotto la tettoia. Erano le opere di varie generazioni di studenti. Si sedettero su un blocco di marmo rovesciato sul prato.

— Ti stavo aspettando, credo. Dal tuo ansimare deduco che l’hai saputo anche tu.  A quanto pare alla fine abbiamo vinto, anche se non sappiamo né come né perché. In realtà, oltre all’aneddoto riportato dai giornali, secondo il quale uno degli esperti romeni inviati a spese dello Stato, forse un tuo ex collega, avrebbe preferito restare a Londra, non circolano ancora informazioni attendibili.

— Già. Come sospettavo, l’opera non avrebbe potuto essere messa all’asta senza l’appoggio di uno o più dipartimenti o amministrazioni. Eppure qualcosa, da qualche parte, si è inceppato, dato che ora sono quelle stesse istituzioni a fare marcia indietro. Forse si farà luce sui fatti che per quelli come noi sono rimasti nell’ombra. Che si siano mentiti fra loro? Cosa li avrà spinti alla fine a investire tutti quei soldi per richiedere l’aiuto di uno studio legale tanto costoso? Che prove hanno presentato per bloccare la vendita? E chi diamine controlla ora l’andamento delle cose? A sentire loro, sono tutti quanti capi. Dopo aver candidamente divulgato le informazioni riguardanti l’eventuale uscita dell’opera dal paese, diciamo che la mia parte era fatta. Mi hanno lasciato stuzzicare ancora un po’ qualche gallerista di Londra, Roma e Parigi per stimarne il valore sul mercato corrente, ma poi sono stato pregato di concentrarmi sul caso della collezione di libri rari. Non te l’ho mai detto, ma ogni volta che ho provato a riaprire la questione sono stato spinto in altre direzioni oppure sviato da funzionari vari. I miei colleghi mi hanno dato a intendere che per via ufficiale né io né loro avremmo scoperto granché. E così ognuno di noi, per conto suo, ha continuato a osservare quella serie di discreti microsismi, che non provocano danni visibili ma il cui effetto cumulato può deturpare il paesaggio. Ah, e c’è ancora una cosa. Non nutro una stima per i giornalisti, ma posso dirti di averne trovato uno, o forse anche più d’uno, che mi ha stupito per la qualità delle sue informazioni. Sapeva talmente tante cose che all’inizio ho pensato fosse meglio mantenere le distanze. È più pettegolo di una portinaia, in bocca sua persino i fatti storici documentati si trasformano in chiacchiere. Un vecchio zotico, parla di chiunque con lo stesso ironico disgusto, dei vecchi e nuovi del mestiere, di chi è bravo e di chi non lo è. Secondo lui, tutti quanti hanno qualcosa da nascondere. Ma di’ un po’, a te ti ha disturbato nessuno, ultimamente?

— Eccome. I vicini con la loro musica, le automobili parcheggiate a casaccio, l’ignoranza crassa… Non so nemmeno da dove cominciare… Ah, sono venuti dei tizi che dicevano di essere del demanio. Dicevano che era una visita di routine. Alla fine si sono messi a chiacchierare e hanno tirato fuori la storia della famosa opera di Bucșeneanu. Che peccato non averne delle copie, dicevano, e che forse sarebbe stata più al sicuro in un museo che presso un privato, persino se quest’ultimo ne fosse stato il legittimo proprietario… e che loro non erano stati correttamente informati sulla decisione di restituirla…, che non erano interessati agli aspetti finanziari…, che la loro missione era la salvaguardia delle opere. Insomma, lo sai meglio di me…

— Ti ricordi i loro nomi?

— Sì. Uno si è presentato dicendo di chiamarsi Mihai, e l’altro era un certo Dumbrăveanu. Ma chi ci crede?

— Dirai che mi ripeto, ma continuo a domandarmi cosa ti sia passato per la testa quando hai ceduto la tua parte ai tuoi cugini. D’accordo, è insolito lasciare in eredità un’opera d’arte a tre nipoti, ma…

— Beh, a noi, da piccoli, l’hanno mostrata solo al museo d’arte. Ci dicevano quasi sottovoce che era nostra. Solo quando siamo cresciuti abbiamo iniziato a capire. Abbiamo scoperto quanto Bucșeneanu fosse conosciuto anche all’estero, in quali collezioni si trovassero le sue opere, che passioni suscitassero, quanti libri fossero stati scritti su di lui, e abbiamo iniziato a vederla con altri occhi. Io, come minimo, mi sono distaccato dall’idea di possederla. La gioia di sapere che Bucșeneanu era stato apprendista presso l’atelier del bisnonno compensava ampiamente quel desiderio. Quando qualche anno fa i miei cugini Patricia e Harald hanno cominciato a parlarmi del loro piano per recuperare l’opera, riconosco di non aver prestato loro particolare attenzione. Poi un bel giorno mi hanno spiegato che avrebbero avuto bisogno di soldi per influenzare certe decisioni. Mi hanno detto che avevano dei partner all’estero, collezionisti e gallerie, i quali sicuramente sarebbero stati interessati a organizzare delle mostre sul tema dell’opera, e che ridurre il numero degli atti di proprietà, per esempio, avrebbe facilitato i passaggi amministrativi per trasporto, dogana e assicurazione in caso di prestito. Harald diceva che se l’opera fosse stata registrata a nome suo, siccome era lui ad avere i contatti e l’esperienza, ne avremmo beneficiato tutti. Che senso ha rivangare?

— D’accordo, ma, cugini a parte, io già allora avevo saputo che la Artox, la casa d’aste londinese con cui Harald aveva collaborato in più occasioni, mirava da tempo, con costanza e discrezione, al bacino est-europeo. E non c’era nulla di strano, dato che per parecchio tempo le era stato inaccessibile. D’altra parte, anche i loro concorrenti stavano andando nella medesima direzione. E come in ogni nuovo mercato, all’inizio le sorprese non sono mancate. Quanto abbiamo riso io e Mihnea quando abbiamo saputo che erano stati imbrogliati da alcuni falsari talentuosi. Con la complicità degli organi ufficiali dei nuovi Paesi, gli venivano consegnate opere con tutte le carte in regola. Però, ironia della giustizia non istituzionale, più di una volta alle grandi aste gli acquirenti ingordi e benestanti erano i compatrioti stessi dei falsari. Grazie alla propria reputazione e al proprio potere le case contribuiscono spesso al recupero di una qualche opera da parte di eredi reali o fittizi, al solo scopo di assicurarsene la vendita. Le loro trattative non sono frutto del caso. I rappresentanti delle case d’aste hanno nei rispettivi paesi informatori che gli spianano la strada.

D’altra parte, la domanda crea l’offerta. Artin mi ha mostrato di recente un catalogo costituito esclusivamente dai lavori di un gruppo di falsari specializzati in copie di un artista russo del XIX secolo, molto alla moda tra i nuovi ricchi di oggi. Compravano in Germania le opere di alcuni artisti minori contemporanei del loro uomo, in modo che cornici, tela e colori fossero quasi autentici, e a loro non restava che operare i dovuti ritocchi. Erano riusciti ad assicurarsi i servizi della direttrice di un museo dell’ex Leningrado, specialista del periodo, che gli firmava le perizie. Poi li vendevano ad aste assolutamente ufficiali. E non sarebbero stati scoperti se l’ingordigia non li avesse spinti a produrre e vendere un numero eccessivo di opere, e se per puro caso due collezionisti non si fossero incontrati e avessero paragonato i beni appesi alle rispettive pareti. I due erano tentati di passare l’umiliazione sotto silenzio, ma era intervenuta una nota informativa delle dogane tedesche che segnalava il passaggio fraudolento delle opere oltre confine. Il gruppo di falsari, tra l’altro tutti diplomati presso vari istituti e accademie di belle arti, svolgeva anche un’attività del tutto lecita. Ufficialmente prestavano servizio per galleristi di secondo piano in varie capitali occidentali, che proponevano ai nuovi ricchi quadri di famiglia su misura, copie di alcuni dipinti celebri in cui i volti dei personaggi erano sostituiti con quelli dei clienti. A volte gli veniva richiesto di ritrarre persino cani o cavalli, esistenti o meno nell’originale, a partire da fotografie fornite dal cliente.

Qui da noi non è ancora venuto a galla nulla di simile, o almeno nulla di tale portata, ma qualcosa mi dice che la tentazione è grande e non passerà molto tempo prima che si scopra che anche alcuni dei nostri talenti autoctoni hanno scelto questa scorciatoia verso il benessere economico. Tornando ai tuoi cugini, ho l’impressione che nel loro caso si sia intrecciato un numero incredibile di coincidenze. Erano già noti presso alcune case d’aste all’estero, in quanto pare abbiano effettuato delle vendite per loro tramite, ed è possibile che nel corso del tempo sia saltata fuori anche la storia dell’opera di Bucșeneanu, che ovviamente faceva la parte del leone nel loro capitale di prestigio. Le grandi case d’aste, a quanto ne so, si sono sempre mostrate interessate in proposito. Le frequenti richieste da parte dei collezionisti sono cosa nota. È molto probabile che una di esse, forse proprio la Artox, abbia indicato ad Harald e Patricia il percorso da seguire e, nello specifico, le tappe obbligate e le ruote da ungere per ottenere la restituzione dell’opera. È un campo nel quale hanno accumulato parecchia esperienza in paesi simili.

— Se proprio dobbiamo parlare di coincidenze, posso continuare la lista. Durante una delle loro prime visite, poco tempo dopo i cambiamenti, Harald e Patricia hanno chiamato a raccolta il loro vecchio gruppo di amici figli di papà, o almeno quanto ne rimaneva in patria, chi non era morto di eccessi e chi non si vergognava a farsi vedere in pubblico. E ho scoperto che non erano pochi. Hanno organizzato una cena campestre nel cortile di Casa Belzer. Ero presente anch’io, invisibile ai loro occhi quanto lo ero stato da giovane. Ho avuto modo di analizzare nel dettaglio i loro volti. Era facile identificare quelli che avevano avuto successo nell’adattarsi. Ma era difficile ritrovare l’efebo longilineo, capellone e baffuto, vestito di camice a fiori con il bavero lungo fino al petto, in quelle guance pesanti e nelle fronti larghe come campi da calcio, nei capelli grigi, rasati come quelli di una recluta smobilitata di recente, nelle nuche corte e tozze, nei corpi appesantiti avvolti da tessuti elastici neri. Se i pantaloni svasati di ieri ricadevano disinvolti su scarpe da Topolino, quelli di oggi gli stritolavano i prosciutti da direttore di cooperativa agricola di stato, e si fermavano intimiditi di fronte a un paio di mocassini fini molto probabilmente presi in prestito dall’armadio di Aladino. Strano come il corpo esile di un tempo avesse una base solida, mentre la stazza monumentale di oggi si regga sul nulla. Non era facile riconoscere nemmeno lo studente d’arte che all’epoca strimpellava la chitarra e aggrediva tutti con frasi ellittiche di scritti propri o altrui e che lasciava ogni festa in compagnia della ragazza più ambita, in quell’ometto mingherlino con i capelli lunghi color cenere, radi, stretti in un misero codino di cavallo, vestito come un contabile in pensione. Mi intestardivo a non lasciarmi ingannare. Cercavo i loro sguardi sperando di trovarvi la risposta ai miei dubbi, ma anche qui mi attendeva una sorpresa. Tanto chi aveva avuto successo quando chi non ce l’aveva fatta aveva nello sguardo qualcosa di fluttuante. Seguivo affascinato i loro occhi affondati nel grasso o nelle orbite scavate, sottolineati da borse e occhiaie, oscillare tra lampi di vivacità e opacità, senza riuscire a stabilire un algoritmo.

Alcuni dei volti, che, come dicevo, avevano subito una metamorfosi, continuavano a sembrarmi familiari, probabilmente perché erano quelli che avevo visto in tv durante le prime fasi della transizione. Quella sera Harald era stato dietro in particolare a un invitato che, come avrei scoperto in seguito, nel caos della prima ora si era ritrovato a occupare una poltrona importante, un posto da ministro o qualcosa del genere alla Cultura oppure alla Gioventù o ai Beni Culturali, non è importate. Quello che conta è che nel preparare il progetto di recupero, Harald si basava molto sul suo sostegno. Tanto per cominciare l’aveva invitato al mare nel sud della Francia, con la moglie o l’amante, non ricordo bene. Credo gli avesse anche offerto alcune opere di scarso valore della sua galleria, delle quali certamente gli aveva parlato in termini altisonanti, facendogli girare la testa. Non molto tempo dopo, Harald era tornato con aria da vincitore. Si vedeva che era sulla strada giusta. Non mi ha mai detto cos’altro avesse promesso, lasciandomi credere che si trattasse semplicemente di una vecchia amicizia e, eventualmente, di qualche soldo, come mi aveva raccontato fin dall’inizio.

— È così, non c’era bisogno di molta perspicacia per nutrire dubbi nei confronti dei tuoi cugini, soprattutto dopo aver saputo che erano clienti di Julea. Quello che non riesco a perdonarmi, però, è la fretta. Mi sono precipitato a fare rapporto, come un bravo soldatino. Quanto devono essersi divertiti quelli che, nell’ombra, coordinavano l’andamento della transazione…

— Credi? In fondo, cosa ne sapevi tu del fatto che Harald si fosse messo d’accordo con Julea per falsificare il testamento di Mirunescu, che faceva combriccola con Maloti e che, non avendo all’apparenza niente da guadagnare da quest’affare, Harald e Patricia servissero gli interessi di certe persone che non potevano non essergliene riconoscenti? Avresti immaginato che il diplomatico che a quei tempi era venuto in visita nel nostro paese fosse un fedele cliente della Artox e che, in quanto tale, ne difendesse gli interessi oltre frontiera?

— No, ma forse avrei potuto ricordarmi di Artin e della sua ammirazione per i ragni, per la loro precisione nel tessere la tela e per la grande pazienza con cui attendono che le cose accadano. “Quando e dove” non sono la loro priorità, e nonostante ciò raramente si perdono lo spettacolo, anzi, vi assistono dalla loggia principale. D’altra parte, credo che la relazione che coscienziosamente avevo consegnato non abbia fatto altro che accelerare l’uscita dell’opera dal paese. Il mio entusiasmo rischiava di attirare eccessiva attenzione. In ogni caso, con o senza di lui, sembra che le cose non siano andate per il verso giusto. Il fax di oggi ne è la dimostrazione. E c’è un’altra cosa. Mentre venivo in qua un pensiero mi ha fatto fermare tanto bruscamente che ho rischiato di sprofondare nell’asfalto fino alle caviglie. Ricordi ancora la nostra emozione quando abbiamo saputo che Harald e Patricia sarebbero andati al ministero il giorno successivo per recuperare in forma semi-solenne l’opera? Eravamo come una coppia di vecchietti che aspettano il primo nipotino davanti al reparto maternità, talmente eccitati che non abbiamo pensato nemmeno per un istante che la cicogna avrebbe potuto portarci due o tre gemellini…

— Hai dormito bene? Non è per caso che hai troppo caldo? Vuoi che ci spostiamo all’ombra?

— Non ridere, vecchio mio! Eravamo accecati dall’evento insperato, e così non ci siamo chiesti nemmeno per un istante quanti esemplari ne esistessero in realtà, e nemmeno se il museo avesse effettivamente restituito l’originale. Per non parlare poi della tentazione che un qualunque Harald o Patricia, coerentemente con la propria natura, avrebbe avuto di assicurarsi una soluzione di riserva, no? Perché non si sa mai cosa può accadere nella vita… Quello che ci preoccupava allora era soltanto capire come mai Harald fosse andato all’ambasciata argentina e perché avesse scelto la cassaforte di una banca greca per il deposito dell’opera. Per il resto… champagne e pasticcini. Temo che ora ci tocchi molto più lavoro di allora. Senza contare che non ho potuto frequentare alcuni seminari e che gli appunti sono incompleti. Ti lascio immaginare le manovre che dovremo fare per evitare di essere rimandati.

Chiacchierarono ancora un po’, ma era evidente che, dietro le quinte, la mente di entrambi si era attivata per conto proprio, passando al vaglio le nuove informazioni e confrontandole con le somme che avevano già tirato. C’era spazio per miglioramenti.

Nel segreto di un personale consiglio di guerra, ciascuno dei due stava preparando la propria nuova strategia. Remavano alla stessa barca, eppure entrambi speravano di essere il primo a tagliare il traguardo.

Mărgiran era praticamente certo che la svolta che l’affare aveva appena preso avrebbe sciolto la lingua di alcuni colleghi sia nel suo istituto che in altri dipartimenti ministeriali. E poi faceva affidamento sul giornalista zotico, che si era sicuramente già attivato, rinnovando il suo arsenale di pettegolezzi.

Erik, meno connesso al mondo dei ministeri, pensava di andare a rovistare con altri occhi tra gli archivi di famiglia, ed eventualmente di chiedere aiuto ai vecchi, dove avrebbe forse rischiato di incrociare Petre, ma non aveva altra scelta. Si salutarono senza tanti convenevoli.

Sulla strada del ritorno, le gambe di Petre lo conducevano verso casa a grandi falcate, il modo migliore per mettere in ordine i propri pensieri. La traiettoria che seguiva era aleatoria e tutt’altro che una scorciatoia. Mărgiran provava un nervosismo diffuso, come quello che aveva sentito quando un collega gli aveva mostrato per la prima volta delle fotografie digitali su un computer. La discussione che ne era seguita l’aveva intrigato, poiché mentre lui era entusiasta dalla possibilità di penetrare rapidamente nell’immagine con l’aiuto dello zoom, il suo collega, appassionato di fotografia, temperava il suo slancio spiegandogli quanto fosse misera l’informazione digitale in confronto a quella analogica. Per la mente analitica di Petre, la possibilità di spingere l’occhio nelle profondità dell’immagine pareva sufficiente a soddisfare i suoi bisogni diagnostici immediati, anche se in poco tempo si era ritrovato a fissare un agglomerato di quadratini vagamente colorati, apparentemente impossibili da interpretare.

Come ora, quella volta aveva abbandonato la conversazione continuando da solo il dibattito che trovava straordinariamente stimolante. Come allora, questa volta il nervosismo era provocato dall’impotenza lasciva di fronte alla splendida valanga di informazioni analogiche ancora dissimulata nell’instancabile realtà, rispetto alla confortante fiducia nell’analisi scientifica della pochezza digitale, la sola per il momento accessibile: la vendita contestata di un oggetto carico di storia, degli ereditieri discendenti da una vasta genealogia, qualche amministrazione disorientata da transizioni impreviste, tecnici competenti con obiettivi non ben definiti – altrettanti quadratini, insufficientemente connessi per gli occhi di oggi. E tuttavia, che trama promettente…

A Petre era chiaro che tra le maglie larghe di quella tela pulsasse attutito il magma dei dettagli, dai più insignificanti fino a quelli che determinavano i nodi, le modulazioni essenziali…

Gli era chiaro che nell’apparente vuoto tra i quadratini di colore indefinito si crogiolava la ricchezza delle sfumature dell’intero spettro solare, il quotidiano che diventava irrimediabilmente storia…

Alla fine si consolava dicendosi che nemmeno la fotocamera analogica più fedele sarebbe stata in grado di congelare nella gelatina della celluloide gli innumerevoli eventi simultanei, separati da pareti, frontiere, classi sociali, sistemi politici, zone climatiche che si sovrapponevano senza alcuno sforzo fuori dal campo visivo dell’obiettivo, nello stesso momento X, mentre lo zoom della sua mente sì, poteva farlo, circondata com’era dall’impulso digitale dell’imprevisto.

Uff… era certo che, da qualche parte, un contadino giunto con l’aratro all’estremità del solco si stesse asciugando il sudore dalla fronte con un gesto essenziale, efficiente ed economico. Alla fine, Petre continuò per la sua strada, questa volta con il ritmo dinoccolato dell’infanzia, che gli permetteva di registrare il messaggio subliminale dei vari quartieri.

Testo originale:

Matei Cocimarov, Casa Belzer – 10p